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Tuesday, November 16, 2010

Cristo Re

R.C.V.(2)

"Si conclude l'anno liturgico e nel Santo Sacrificio dell'altare rinnoviamo l'offerta, al Padre, della Vittima, Cristo, Re di santità e di grazia, Re di giustizia, d'amore e di pace, come leggeremo fra poco nel prefazio. Voi tutti, nel considerare la santa Umanità di nostro Signore, sentite nelle vostre anime una gioia immensa: un Re dal cuore di carne, come il nostro, che pur essendo l'autore dell'universo e di ogni singola creatura, non impone il suo dominio con prepotenza, ma viene come un poverello a chiedere un po' d'amore, mostrandoci, in silenzio, le sue mani piagate.

Perché allora tanti lo ignorano? Perché si sente ancora la protesta crudele: Nolumus hunc regnare super nos, non vogliamo che regni su di noi? Vi sono milioni di uomini che si oppongono a Gesù Cristo, o piuttosto alla sua ombra, perché non lo conoscono, non hanno visto la bellezza del suo volto, ignorano le meraviglie della sua dottrina. Dinanzi a questo triste spettacolo mi sento spinto alla riparazione; dinanzi al clamore incessante, fatto di opere ignobili più che di parole, sento il bisogno di gridare: Oportet illum regnare, egli deve regnare...

Se lasciamo che Cristo regni nella nostra anima, non saremo mai dei dominatori, ma servitori di tutti gli uomini. Servizio: come mi piace questa parola! Servire il mio Re e, per Lui, tutti coloro che sono stati redenti dal suo sangue. Se noi cristiani sapessimo servire! Andiamo dal Signore e confidiamogli la nostra decisione di voler imparare a servire, perché soltanto così potremo non solo conoscere e amare Cristo, ma farlo conoscere e farlo amare dagli altri...

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Per servire gli altri nel nome di Cristo, è necessario essere molto umani. Se la nostra vita fosse disumana, Dio non vi edificherebbe nulla, perché di solito non costruisce sul disordine, sull'egoismo, sulla prepotenza. È necessario comprendere tutti, convivere con tutti, scusare tutti, perdonare tutti. Non si tratta di dire che è giusto ciò che non lo è, o che l'offesa a Dio non è offesa a Dio, o che il male è bene. Però, non risponderemo al male con il male, ma con dottrina chiara e buone opere, affogando il male nell'abbondanza di bene. Cristo allora regnerà nella nostra anima e in quelle di coloro che ci sono vicini.
(da Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, omelia " Cristo Re". ed. ARES)
Lasciare che Cristo regni in noi è l'itinerario della vita cristiana . Come scriveva Romano Guardini:
"In ogni cristiano Cristo per così dire vive la sua vita: dapprima è bambino, e poi cresce finché perviene all'età piena del cristiano maggiorenne. Egli perciò cresce in quanto cresce la fede, si rafforza l'amore, il cristiano diviene sempre più chiaramente consapevole del suo essere cristiano e con profondità e responsabilità sempre maggiori vive la sua esistenza cristiana.
Pensiero inaudito! Sopportabile solo nella fede che Cristo è realmente il compendio, la sintesi; e nell'amore vuole farsi una cosa sola con lui. O il pensiero d'essere congiunto con una persona - non solo legato nella vita e nell'azione, ma cresciuto a formare una cosa sola nell'essere e nell' "io" - si potrebbe sopportare, se quella persona non fosse amata come quella in cui io trovo il mio io vero e proprio, quello di figlio di Dio, e il mio autentico "tu", vale a dire il Padre? Perciò, nella Scrittura in verità si dice: «Nessuno viene al Padre, se non attraverso di me» (Gv 14, 6). Il mio "io" è racchiuso in Cristo, e io debbo impara¬re ad amarlo come colui nel quale ho la mia genuina sussistenza
Ma è anche realmente così? Tu, Paolo, puoi affermare una cosa del genere, se è pur vero che le persone sono quali effettivamente sono? Sono allora cambiate, in quanto divenute cristiane? Non hanno più alcun peccato? Non hai tu notizia di tutto ciò che di basso e malvagio e meschino è in loro?... V'è un passo nella Lettera ai Romani, dove Paolo parla dello stato dell'uomo irredento, ma in cui si insinua anche l'esperienza sempre rinnovata di quanto ancora nel credente contrasta la redenzione.
Là egli dice: «Io so che in me, vale a dire nella mia carne, non abita il bene; infatti in me si trova il desiderare, ma non il compiere il bene. Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ma se io faccio quanto non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Così io trovo in me la legge che, quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti secondo il mio uomo interiore mi rallegro in rapporto alla legge, ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che contrasta con la legge della mia ragione e mi rende schiavo alla legge del peccato, che è nelle mie membra. Io {sono} uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo di morte? [Siano rese} grazie a Dio mediante Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, con la mia ragione servo la legge di Dio, con la carne invece servo la legge del peccato» (Rm 7, 18-25; si vedano anche in proposito passi come 1 Cor 3, 3 e, tra l'altro, Rm 8, 12-13)...

E ciononostante dev'essere vero quanto tu dici?... Tanto sicuramente vero come il fatto che Cristo è risorto. Infatti la redenzione e la rinascita non significano che l'uomo sia cambiato per incantesimo, ma che in lui è posto un nuovo inizio. Qui v'è il male di cui tu parli, ma anche il nuovo inizio. Il cristiano non è un essere semplice ma, si potrebbe quasi dire, una lotta. È un campo di battaglia e quindi è costituito da due che si trovano in lotta: l'uomo vecchio, che si radica nel suo "io" ribelle, e quello nuovo, che è formato a imitazione di Cristo.
«Se voi avete pur udito e siete stati istruiti in lui, così com'è la verità in Gesù: deponete l'uomo vecchio, com'era secondo la condotta precedente, il quale si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell'uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella santità» (Ef 4, 21-24).
L'intera esistenza cristiana è la lotta di questi due «uomini» in noi. Il cristiano non è un essere di natura, ma un mistero, un abbozzo di ciò che verrà. A ciò che noi siamo in senso vero e autentico, noi dobbiamo credere, nonostante tutte le obiezioni provenienti da quanto noi siamo visibilmente. Nel "nonostante" che si oppone a quel che in noi sperimentiamo, noi crediamo di essere rinati, di portare in noi Cristo, e in tal modo una gloria in sviluppo, che un giorno deve rivelarsi, come dice la Lettera ai Romani nell'ottavo capitolo.
(R. Guardini, IL Signore, pagg. 602-603)

Wednesday, November 10, 2010

Cristo Re

R.C.V.(1)
Diversi santi (tra cui s. Josemaria) utilizavano questa sigla per ricordarsi della presenza di Cristo nella propria vita quotidiana. " È Re e desidera regnare nei nostri cuori di figli di Dio. Ma mettiamo da parte l'immagine che abbiamo dei regni della terra: Cristo non domina né cerca di imporsi, perché non è venuto per essere servito, ma per servire. (Josemaria Escrivà, omelia Cristo Re.)"

L'ultima domenica dell'anno liturgico ci invita a considerare la realtà della regalità di Cristo nella nostra vita. La devozione al Sacro Cuore di Gesù non è zuccherosa pratica spirituale per anziane signore ma un invito rivolto a tutti i cristiani a prendere sul serio una realtà inaudita: essere una cosa sola con Lui!
"La forma che fa cristiano il cristiano, che deve compenetrare tutte le sue espressioni, collegare in un'unità tutti i diversi processi della sua vita, che dev'essere riconosciuta in tutto, è il Cristo in lui. In ciascun singolo in modo diverso, secondo la modalità del suo essere: nell'uomo differentemente dalla donna, diversamente nel bambino e nell'adulto, in modo diverso in un'indole con queste doti e in quella. Diversamen­te secondo i vari tempi e occasioni, secondo la gioia o il dolore, il lavo­ro o gli incontri con le persone. Ma è sempre lui. Attraverso tutta la molteplicità e tutto il cambiamento, passa un contesto del divenire, una crescita. In ogni cristiano Cristo per così dire vive la sua vita: dapprima è bambino, e poi cresce finché perviene all'età piena del cri­stiano maggiorenne. Egli perciò cresce in quanto cresce la fede, si raf­forza l'amore, il cristiano diviene sempre più chiaramente consapevole del suo essere cristiano e con profondità e responsabilità sempre maggiori vive la sua esistenza cristiana." (R. GUARDINI, Il Signore, pag. 602)

Tuesday, November 02, 2010

Il Purgatorio : luogo di purificazione

...Il luogo dell­a purificazione è, in definitiva, Cristo stesso. Se ci in­contriamo con lui in maniera trasparente, accadrà di per sé che tutte le bassezze e le colpe della nostra Vi­ta, che noi abbiamo nascosto con cura, in questo istan­te di verità ci staranno davanti all'anima e ci bruce­ranno. La presenza del Signore opererà su tutto ciò che in noi è inclinazione all'ingiustizia, all'odio e alla men­zogna, come una fiamma ardente. Essa diventerà un dolore che purifica, che brucerà via da noi tutto ciò che è inconciliabile con l'eternità, con il circuito vitale del­l'amore di Cristo. A partire da qui si capisce anche il significato del giudizio. Ancora una volta possiamo di­re: Cristo stesso è il giudizio, lui, che è la verità e l'a­more in persona. Egli è entrato in questo mondo co­me la sua misura interna per ogni singola vita. Il fat­to che il Verbo fatto carne, crocifisso e risorto sia il giu­dizio stesso, implica due diversi aspetti, profonda­mente connessi tra di loro. In primo luogo significa ciò su cui abbiamo già riflettuto: tutto quello che di bas­so, di distorto e di peccaminoso vi è nella nostra esi­stenza viene rivelato da questa misura; dobbiamo es­serne liberati nel dolore della purificazione.

da: J. Ratzinger, Il Dio vicino,pagg. 154-157, ed.  San Paolo

Tuesday, October 05, 2010

Josemaria Escrivà : gli Angeli custodi


C'è un qualche collegamento tra gli Angeli Custodi e la fondazione dell'Opera il 2 ottobre 1928?

ecco come inizia della lettera di ottobre 2010 del prelato dell'Opus Dei:
            
 Carissimi: Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli!

      L’anima è inondata di allegria nell’immaginare la gioia di san Josemaría il 2 ottobre 1928. Uniamoci a quella preghiera che fece in ginocchio e che sgorgò dalla sua anima dinanzi alla fiducia che gli dimostrava il Cielo e prendiamo coscienza – più volte al giorno – della realtà che anche noi siamo compresi in questa manifestazione di Dio a san Josemaría.
      Benedite, angeli del Signore, il Signore, / lodatelo ed esaltatelo nei secoli [1]. Con queste parole della Sacra Scrittura ha inizio la Messa di domani, festa dei Santi Angeli Custodi, che devono avere un’eco molto forte nelle donne e negli uomini dell’Opus Dei. Ci possono servire da spunto per innalzare il nostro ringraziamento a Dio in questo nuovo anniversario della fondazione, perché – come affermava san Josemaría – non è un caso che Dio abbia ispirato la sua Opera il giorno in cui la Chiesa li festeggia (…). Siamo loro debitori molto più di quanto pensiate [2].
     [2] SAN JOSEMARÍA, Appunti raccolti durante un incontro informale, 24-XII-1963.

"Molto più di quanto pensiate ". Non quindi una semplice coincidenza, non solo una bella data per una fondazione così sorprendente. Forse per capire di più occorre approfondire , teologicamente, la natura degli Angeli Custodi . San Josemaria ha lasciato scritto qualcosa a questo proposito?

Josemaria Escrivà: 6 ottobre

Sono passati 8 anni dalla canonizzazione del fondatore dell'Opus Dei: qual'è il cuore del suo messaggio?
Santità e apostolato nel "bel mezzo della strada".

La vocazione cristiana è vocazione alla santità: cioè a seguire Cristo nella vita ordinaria di tutti i giorni

"È necessario ripetere continuamente che Gesù non si rivolse a un gruppo di privilegiati, ma venne a rivelare l'amore universale di Dio. Tutti gli uomini sono amati da Dio; da tutti Dio aspetta amore. Da tutti, qualunque sia la condizione personale, la posizione sociale, la professione o il mestiere. La vita ordinaria non è cosa di poco conto; tutti i cammini della terra possono essere occasione di incontro con Cristo, che ci chiama a identificarci con Lui, per realizzare — nel posto in cui ci troviamo — la sua missione divina.
Dio ci chiama attraverso i fatti della vita di ogni giorno, le sofferenze e le gioie delle persone con cui viviamo, le preoccupazioni umane dei nostri compagni, le cose spicciole della vita di famiglia. E Dio ci chiama anche per mezzo dei grandi problemi, dei conflitti e dei compiti che caratterizzano ogni epoca storica e suscitano gli sforzi e gli entusiasmi di gran parte dell'umanità."(  È Gesù che passa , Cristo presente nei cristiani  punto 110)

All'interno di questa universale chiamata alla santità, può invitare alcuni a seguirlo in una chiamata specifica che ha come segno distintivo la disponibilità ad un apostolato più  diretto.
Paolo VI così descriveva gli effetti che quella vocazione specifica produce nell'intimo di chi è chiamato:

"l’apostolato è innanzi tutto una voce interiore che pronuncia, a quando a quando, una sconcertante valutazione delle cose, vanificandone alcune, anche buone e carissime, esaltandone altre, credute difficili, estranee, utopistiche; una voce inquietante e rassicurante ad un tempo, una voce altrettanto dolce quanto imperiosa, una voce molesta ed insieme amorosa, una voce, che, in coincidenza con impreviste circostanze e con gravi avvenimenti, diventa ad un dato momento attraente, determinante, quasi rivelatrice della nostra vita e del nostro destino, profetica perfino e quasi vittoriosa, che fuga alla fine ogni incertezza,  ogni timidezza ed anche ogni timore, e semplifica fino a rendere finalmente facile, desiderabile e felice la risposta di tutto il nostro essere, nell’espressione di quella sillaba, che svela il supremo segreto dell’amore: sì; sì, o Signore, dimmi quel ch’io devo fare, e oserò, lo farò. Come S. Paolo, folgorato alle porte di Damasco: «Quid vis me facere?», che cosa vuoi ch’io faccia? (Act. 9, 5). La radice dell’apostolato si affonda in questa profondità: esso è vocazione, è elezione, è incontro interiore con Cristo, è abbandono della propria personale autonomia alla sua volontà, alla sua invadente presenza; è una certa sostituzione del nostro cuore, povero, inquieto, volubile e talora infedele, ma avido d’amore, col suo, col cuore di Cristo, che comincia a pulsare nella sua creatura d’elezione. Allora succede il secondo atto del dramma psicologico dell’apostolato: il bisogno d’effondersi, il bisogno di fare, il bisogno di dare, il bisogno di parlare, il bisogno di trasfondere in altri il proprio tesoro, il proprio fuoco. Da personale il dramma si fa sociale, da interiore esteriore. La carità del rapporto religioso diventa carità del rapporto col prossimo. E come la prima carità ha svelato sconfinate dimensioni (cfr. Eph. 3, 18), così la seconda non vorrebbe più limiti; l’apostolato diventa l’espansione continua d’un’anima, diventa l’esuberanza d’una personalità posseduta da Cristo e animata dal suo Spirito, diventa bisogno di correre, di fare, d’inventare, di osare quanto è possibile per la diffusione del Regno di Dio, per la salvezza degli altri, di tutti. È quasi un’intemperanza d’azione, che solo l’urto con le difficoltà esteriori riuscirà a moderare e a modellare in opere concrete e perciò limitate.  OMELIA DI PAOLO VI  Domenica, 13 ottobre 1968.

Wednesday, September 08, 2010

Un compleanno che passa inosservato



L'8 settembre la Chiesa festeggia il compleanno della Madonna. Queste righe scritte da F. Fernadez-Carvajal descrivono bene l'intimità di questo giorno






Nessun evento straordinario  accompagnò la nascita di Maria, e i Vangeli non ne parlano. Nacque, forse, in una città della Galilea, probabilmente nella stessa Nazaret, e quel giorno gli uomini non seppero nulla. Il mondo continuava a dare importanza ad altri fatti che poi sarebbero completamente scomparsi dalla faccia della terra senza lasciare la minima traccia. Spesso ciò che è importante per Dio rimane celato agli occhi degli uomini che sono invece sempre alla ricerca di ciò che è straordinario. Solo in cielo ci fu festa, e festa grande.

Poi, per molti anni, la Vergine passa inosservata. Tutto Israele attende questa fanciulla annunciata dalla Scrittura e non sa che vive già tra gli uomini. Esteriormente si differenziava poco dalle altre. Aveva una volontà, voleva, amava con un'intensità difficile per noi da comprendere, con un amore che in tutto si conformava all'amore di Dio. Aveva intelligenza, al servizio dei misteri che a poco a poco andava scoprendo, comprendeva la perfetta relazione che esisteva tra essi, le profezie che parlavano del Redentore; e intelligenza per imparare come si filava o si cucinava. E aveva memoria - «serbava tutte queste cose nel suo cuore» - e passava da un ricordo all'altro, si avvaleva di riferimenti concreti. La Madonna possedeva un'immaginazione vivace che le permise di avere una vita ricca di iniziative e d'inventiva nel trovare modi semplici di servire gli altri, di dare sollievo alla loro esistenza, a volte resa penosa dalla malattia o dalla disgrazia. Dio con infinito amore la contemplava nelle piccole faccende quotidiane e si compiaceva immensamente di queste occupazioni prive di rilievo.
     Contemplando la sua vita ordinaria, impariamo a svolgere gli impegni quotidiani alla presenza di Dio: a servire gli altri senza rumore, senza far valere continuamente i nostri diritti o i privilegi che noi stessi ci attribuiamo, a portare a termine bene il lavoro che stiamo facendo. Se imitiamo nostra Madre, impareremo a dar valore alle cose piccole dei giorni sempre uguali, a dar senso soprannaturale alle nostre azioni, che forse nessuno vede: pulire dei mobili, correggere dei dati dell'archivio, riordinare la camera di un malato, cercare le citazioni precise per la lezione che stiamo preparando. Queste piccole cose fatte con amore attraggono la misericordia divina e accrescono continuamente la grazia santificante nell'anima. Maria è l'esempio perfetto di questa dedizione quotidiana, “che consiste nel fare della propria vita un’offerta al Signore”(Giovanni PaoloII)

Da F: Fernandez-Carvajal,“Parlare con Dio” vol.VI, Natività della Beata Vergine Maria. ed. ARES

Thursday, August 12, 2010

“VIVERE SECONDO LA DOMENICA” (Ignazio di Antiochia)

Sempre dal bellissimo volume "Il Dio vicino"  edito dalla San Paolo che raccoglie diversi scritti dell'allora card. Ratzinger riportiamo queste righe che sottolineano l'importanza della Domenica e dell'eucarestia ricevuta in grazia di Dio.

L'ultima cena di Gesù non fu uno dei tanti pasti che egli consumò con «i pubblicani e i peccatori». Egli la sottopose alla forma fondamentale della Pasqua, la quale afferma che tale cena deve essere celebrata nella comunità domestica della famiglia. Per questo l'ha celebrata con la sua nuova famiglia, con i Dodici; con coloro a cui lui aveva lavato i piedi, che con la sua parola e con questo bagno di perdono (Gv 13,10) aveva preparato a ricevere la comunione del sangue con lui, a diventare con lui un solo corpo. L’eucaristia non è, essa stessa, il sacramento della riconciliazione, ma presuppone questo sacramento. Essa è il sacramento dei riconciliati, a cui il Signore invita coloro che sono divenuti una cosa sola con lui; indubbiamente, essi restano pur sempre deboli e peccatori, ma sono coloro che gli hanno dato la mano e sono divenuti la sua famiglia. Per questo fin dall'inizio il discernimento precede l'eucaristia. Lo abbiamo già sentito, con toni drammatici, dall'apostolo Paolo: chiunque se ne ciba in modo indegno, mangia e beve la propria condanna, perché non riconosce il corpo del Signore (1Cor 11,27ss). La dottrina dei dodici apostoli, uno degli scritti apostolici più antichi, risalente all'inizio del secolo II, riprende questa tradizione apostolica e fa pronunciare al sacerdote, prima della distribuzione del sacramento, queste parole: «Se uno è santo, venga; se non lo è, si penta!»(*). L’eucaristia - ripetiamolo - è il sacramento di coloro che si sono lasciati riconciliare dal Signore, che sono divenuti la sua famiglia e che si sono, in tal modo, affidati alle sue mani. Per questo esistono con-dizioni per accedere all'eucaristia; essa presuppone che si sia già entrati a far parte del mistero di Gesù Cristo.

Ma anche il nesso con i pasti consumati quotidianamente dai discepoli con Gesù - l'altra delle due ipotesi citate - non risulta convincente, essendo noto che, all'inizio, l'eucaristia veniva celebrata la domenica; essa si distaccava quindi proprio dall'abitudinarietà del quotidiano, ma anche dalla modalità solita del pasto consumato in comune. Il vero punto di partenza per dare forma a quanto richiesto da Gesù fu offerto dalla risurrezione. Fu essa, infatti, a rendere possibile che egli fosse realmente presente al di là dei limiti della sua corporeità terrena e realmente potesse essere partecipato. Ma la risurrezione era avvenuta il primo giorno della settimana, che per gli ebrei era il giorno della creazione del mondo. Per i discepoli esso divenne il giorno in cui aveva avuto inizio un mondo nuovo, quello in cui con la vittoria sulla morte trovava principio la creazione nuova. Era il giorno in cui Gesù Cristo, come risorto, era entrato nuovamente nel mondo. In tal modo aveva fatto del giorno della creazione il suo giorno, il «giorno del Signore». Così esso si chiama già nel I secolo; nel libro dell'Apocalisse (1,10) è indicato con questo nome. E già negli Atti degli apostoli (20,7) e nella Prima lettera ai Corinzi (16,2) troviamo testimoniato questo giorno come il giorno dell'eucaristia. Il Si-gnore era risorto il primo giorno della settimana ; questo giorno era ora divenuto, settimana per settimana, il giorno in cui si faceva memoria della novità che era accaduta. I discepoli non dovevano quindi limitarsi a guardare indietro, per ricordare qualcosa di passato: il Risorto vive; per questo il giorno della risurrezione era di per se stesso il giorno della sua presenza, il giorno in cui egli li chiamava a raccolta, in cui essi si ra-dunavano intorno a lui. La domenica come giorno della risurrezione divenne così il punto di partenza inte-riore, il luogo interiore per la celebrazione dell'eucaristia della Chiesa nascente. A partire da qui essa ricevette la sua forma. Proprio in questo momento essa viene tratta dal terreno della Pasqua ebraica e trapiantata nel contesto della risurrezione: essere festa della risurrezione, è questa la sua vera essenza. Già all'inizio del Il secolo Ignazio di Antiochia definiva i cristiani come coloro che «vivono secondo la domenica»', che vivono, cioè, a partire dalla risurrezione, dalla sua presenza nella celebrazione eucaristica. Era così posto il Fondamento per la nuova forma della celebrazione eucaristica. Dopo il pasto terreno, i credenti si radunano per celebrare, nel ringraziamento e nella lode, la presenza della morte e risurrezione del Signore. Dall'ultima cena, secondo una linea di necessità interna, è derivata una festa che implica la gioia. Ancora una volta poi sappiamo dagli Atti degli apostoli che i cristiani celebravano l'eucaristia con canti di lode, e dal V capitolo della Lettera agli Efesini (5,19; cfr. anche Col 3,16) ma anche da molti altri passi neotestamentari  che essi glorificavano il Signore con salmi, inni e cantici.

Con questo trapianto nel nuovo contesto della Risurrezione, senza la quale l'eucaristia sarebbe solo ricordo di un distacco senza ritorno, emersero due novità: adorazione e canto di lode, vale a dire il suo carattere cul-tuale, insieme con la gioia per la gloria del Risorto.

Tuttavia, in tal modo, la forma eucaristica, la forma della liturgia della Chiesa, non era ancora definita del tutto. Dobbiamo riflettere sul fatto che il culto giudaico prevedeva due partì: uno era il culto sacrificale nel tempio, dove venivano presentate le diverse offerte secondo le prescrizioni della legge. Accanto a questo cul-to nel tempio, che era e poteva essere solo a Gerusalemme, si sviluppò sempre più un secondo ambito cul-tuale: la sinagoga, che poteva essere in qualunque luogo. In essa veniva celebrata la liturgia della Parola, ve-niva letta la Sacra Scrittura, venivano recitati i Salmi, si lodava insieme Dio, si spiegava la Parola, si levavano preghiere a Dio. Dopo la risurrezione di Gesù, i suoi discepoli cessarono di prendere parte al culto nel tempio. Non potevano più farlo, dato che il velo del tempio era squarciato, ovvero che il tempio era vuoto. Il tempio non era più l'edificio di pietra, ma il Signore, che si era aperto al Padre come il tempio vivente e che, in tal modo, aveva manifestato il Padre all'umanità. Al posto del tempio subentra l'eucaristia, poiché Cristo è il vero agnello pasquale; in lui si è compiuto tutto quello che era accaduto nel tempio. D'altra parte, se è pur vero che i discepoli, per questa ragione, non partecipavano più ai sacrifici cruenti del tempio, ma, in loro vece, celebravano il nuovo agnello pasquale, continuarono tuttavia, proprio come prima, a partecipare alla liturgia nella sinagoga. La Bibbia di Israele era infatti la Bibbia di Gesù Cristo.

Essi sapevano che tutta la Sacra Scrittura - la Legge e i Profeti - parlava di lui; hanno quindi cercato di leggere questo santo libro dei padri insieme con Israele, ma a partire da Gesù, per aprire così il cuore di Israele a Gesù stesso. Hanno continuato a pregare i Salmi insieme con gli israeliti, per pregarli così insieme con Gesù e renderli manifesti nella Nuova Alleanza, comprendendoli, cioè, a partire da lui. Allo stesso tempo, però, possiamo seguire nei testi del Nuovo Testamento quel tragico percorso, in cui, gradatamente, andò in pezzi anche quanto rimaneva questa unità con Israele. Non si riuscì a portare tutto Israele a leggere la Bibbia come parola di Gesù Cristo e per Gesù Cristo. La sinagoga si chiuse rapidamente a una tale interpretazione della Sacra Scrittura e verso la fine del primo secolo la separazione era ormai compiuta. Nella sinagoga non era più possibile comprendere la Scrittura con Gesù.

A questo punto Israele e la Chiesa procedono l'uno accanto all'altra, separatamente. La Chiesa era divenuta fino in fondo una realtà propria. Dato che ora non poteva più edere parte alla liturgia della parola di Israele, essa dovette svilupparla in proprio. Ciò significò anche di necessità, le due parti della liturgia sino ad allora separate arrivassero a incontrarsi e a compenetrarsi: la liturgia della parola si unisce a quella eucaristica ; ora, nel momento in cui essa ha trovato la forma perfetta di un culto cristiano definito e la Chiesa si presenta perciò sino in fondo come Chiesa, questo insieme è spostato alla domenica mattina, nell'ora della risurrezione; la logica della risurrezione giunge al suo scopo. Con ciò era giunta a compimento la forma essenzialmente cristiana quale la incontriamo ancora oggi nelle’Eucarestia della Chiesa.



*) Didaché, X, 6.



Joseph Ratzinger, Il Dio vicino, pagg. 59-63. Ed. SAN PAOLO