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Tuesday, November 02, 2010

Il Purgatorio : luogo di purificazione

...Il luogo dell­a purificazione è, in definitiva, Cristo stesso. Se ci in­contriamo con lui in maniera trasparente, accadrà di per sé che tutte le bassezze e le colpe della nostra Vi­ta, che noi abbiamo nascosto con cura, in questo istan­te di verità ci staranno davanti all'anima e ci bruce­ranno. La presenza del Signore opererà su tutto ciò che in noi è inclinazione all'ingiustizia, all'odio e alla men­zogna, come una fiamma ardente. Essa diventerà un dolore che purifica, che brucerà via da noi tutto ciò che è inconciliabile con l'eternità, con il circuito vitale del­l'amore di Cristo. A partire da qui si capisce anche il significato del giudizio. Ancora una volta possiamo di­re: Cristo stesso è il giudizio, lui, che è la verità e l'a­more in persona. Egli è entrato in questo mondo co­me la sua misura interna per ogni singola vita. Il fat­to che il Verbo fatto carne, crocifisso e risorto sia il giu­dizio stesso, implica due diversi aspetti, profonda­mente connessi tra di loro. In primo luogo significa ciò su cui abbiamo già riflettuto: tutto quello che di bas­so, di distorto e di peccaminoso vi è nella nostra esi­stenza viene rivelato da questa misura; dobbiamo es­serne liberati nel dolore della purificazione.

da: J. Ratzinger, Il Dio vicino,pagg. 154-157, ed.  San Paolo

Tuesday, October 05, 2010

Josemaria Escrivà : gli Angeli custodi


C'è un qualche collegamento tra gli Angeli Custodi e la fondazione dell'Opera il 2 ottobre 1928?

ecco come inizia della lettera di ottobre 2010 del prelato dell'Opus Dei:
            
 Carissimi: Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli!

      L’anima è inondata di allegria nell’immaginare la gioia di san Josemaría il 2 ottobre 1928. Uniamoci a quella preghiera che fece in ginocchio e che sgorgò dalla sua anima dinanzi alla fiducia che gli dimostrava il Cielo e prendiamo coscienza – più volte al giorno – della realtà che anche noi siamo compresi in questa manifestazione di Dio a san Josemaría.
      Benedite, angeli del Signore, il Signore, / lodatelo ed esaltatelo nei secoli [1]. Con queste parole della Sacra Scrittura ha inizio la Messa di domani, festa dei Santi Angeli Custodi, che devono avere un’eco molto forte nelle donne e negli uomini dell’Opus Dei. Ci possono servire da spunto per innalzare il nostro ringraziamento a Dio in questo nuovo anniversario della fondazione, perché – come affermava san Josemaría – non è un caso che Dio abbia ispirato la sua Opera il giorno in cui la Chiesa li festeggia (…). Siamo loro debitori molto più di quanto pensiate [2].
     [2] SAN JOSEMARÍA, Appunti raccolti durante un incontro informale, 24-XII-1963.

"Molto più di quanto pensiate ". Non quindi una semplice coincidenza, non solo una bella data per una fondazione così sorprendente. Forse per capire di più occorre approfondire , teologicamente, la natura degli Angeli Custodi . San Josemaria ha lasciato scritto qualcosa a questo proposito?

Josemaria Escrivà: 6 ottobre

Sono passati 8 anni dalla canonizzazione del fondatore dell'Opus Dei: qual'è il cuore del suo messaggio?
Santità e apostolato nel "bel mezzo della strada".

La vocazione cristiana è vocazione alla santità: cioè a seguire Cristo nella vita ordinaria di tutti i giorni

"È necessario ripetere continuamente che Gesù non si rivolse a un gruppo di privilegiati, ma venne a rivelare l'amore universale di Dio. Tutti gli uomini sono amati da Dio; da tutti Dio aspetta amore. Da tutti, qualunque sia la condizione personale, la posizione sociale, la professione o il mestiere. La vita ordinaria non è cosa di poco conto; tutti i cammini della terra possono essere occasione di incontro con Cristo, che ci chiama a identificarci con Lui, per realizzare — nel posto in cui ci troviamo — la sua missione divina.
Dio ci chiama attraverso i fatti della vita di ogni giorno, le sofferenze e le gioie delle persone con cui viviamo, le preoccupazioni umane dei nostri compagni, le cose spicciole della vita di famiglia. E Dio ci chiama anche per mezzo dei grandi problemi, dei conflitti e dei compiti che caratterizzano ogni epoca storica e suscitano gli sforzi e gli entusiasmi di gran parte dell'umanità."(  È Gesù che passa , Cristo presente nei cristiani  punto 110)

All'interno di questa universale chiamata alla santità, può invitare alcuni a seguirlo in una chiamata specifica che ha come segno distintivo la disponibilità ad un apostolato più  diretto.
Paolo VI così descriveva gli effetti che quella vocazione specifica produce nell'intimo di chi è chiamato:

"l’apostolato è innanzi tutto una voce interiore che pronuncia, a quando a quando, una sconcertante valutazione delle cose, vanificandone alcune, anche buone e carissime, esaltandone altre, credute difficili, estranee, utopistiche; una voce inquietante e rassicurante ad un tempo, una voce altrettanto dolce quanto imperiosa, una voce molesta ed insieme amorosa, una voce, che, in coincidenza con impreviste circostanze e con gravi avvenimenti, diventa ad un dato momento attraente, determinante, quasi rivelatrice della nostra vita e del nostro destino, profetica perfino e quasi vittoriosa, che fuga alla fine ogni incertezza,  ogni timidezza ed anche ogni timore, e semplifica fino a rendere finalmente facile, desiderabile e felice la risposta di tutto il nostro essere, nell’espressione di quella sillaba, che svela il supremo segreto dell’amore: sì; sì, o Signore, dimmi quel ch’io devo fare, e oserò, lo farò. Come S. Paolo, folgorato alle porte di Damasco: «Quid vis me facere?», che cosa vuoi ch’io faccia? (Act. 9, 5). La radice dell’apostolato si affonda in questa profondità: esso è vocazione, è elezione, è incontro interiore con Cristo, è abbandono della propria personale autonomia alla sua volontà, alla sua invadente presenza; è una certa sostituzione del nostro cuore, povero, inquieto, volubile e talora infedele, ma avido d’amore, col suo, col cuore di Cristo, che comincia a pulsare nella sua creatura d’elezione. Allora succede il secondo atto del dramma psicologico dell’apostolato: il bisogno d’effondersi, il bisogno di fare, il bisogno di dare, il bisogno di parlare, il bisogno di trasfondere in altri il proprio tesoro, il proprio fuoco. Da personale il dramma si fa sociale, da interiore esteriore. La carità del rapporto religioso diventa carità del rapporto col prossimo. E come la prima carità ha svelato sconfinate dimensioni (cfr. Eph. 3, 18), così la seconda non vorrebbe più limiti; l’apostolato diventa l’espansione continua d’un’anima, diventa l’esuberanza d’una personalità posseduta da Cristo e animata dal suo Spirito, diventa bisogno di correre, di fare, d’inventare, di osare quanto è possibile per la diffusione del Regno di Dio, per la salvezza degli altri, di tutti. È quasi un’intemperanza d’azione, che solo l’urto con le difficoltà esteriori riuscirà a moderare e a modellare in opere concrete e perciò limitate.  OMELIA DI PAOLO VI  Domenica, 13 ottobre 1968.

Wednesday, September 08, 2010

Un compleanno che passa inosservato



L'8 settembre la Chiesa festeggia il compleanno della Madonna. Queste righe scritte da F. Fernadez-Carvajal descrivono bene l'intimità di questo giorno






Nessun evento straordinario  accompagnò la nascita di Maria, e i Vangeli non ne parlano. Nacque, forse, in una città della Galilea, probabilmente nella stessa Nazaret, e quel giorno gli uomini non seppero nulla. Il mondo continuava a dare importanza ad altri fatti che poi sarebbero completamente scomparsi dalla faccia della terra senza lasciare la minima traccia. Spesso ciò che è importante per Dio rimane celato agli occhi degli uomini che sono invece sempre alla ricerca di ciò che è straordinario. Solo in cielo ci fu festa, e festa grande.

Poi, per molti anni, la Vergine passa inosservata. Tutto Israele attende questa fanciulla annunciata dalla Scrittura e non sa che vive già tra gli uomini. Esteriormente si differenziava poco dalle altre. Aveva una volontà, voleva, amava con un'intensità difficile per noi da comprendere, con un amore che in tutto si conformava all'amore di Dio. Aveva intelligenza, al servizio dei misteri che a poco a poco andava scoprendo, comprendeva la perfetta relazione che esisteva tra essi, le profezie che parlavano del Redentore; e intelligenza per imparare come si filava o si cucinava. E aveva memoria - «serbava tutte queste cose nel suo cuore» - e passava da un ricordo all'altro, si avvaleva di riferimenti concreti. La Madonna possedeva un'immaginazione vivace che le permise di avere una vita ricca di iniziative e d'inventiva nel trovare modi semplici di servire gli altri, di dare sollievo alla loro esistenza, a volte resa penosa dalla malattia o dalla disgrazia. Dio con infinito amore la contemplava nelle piccole faccende quotidiane e si compiaceva immensamente di queste occupazioni prive di rilievo.
     Contemplando la sua vita ordinaria, impariamo a svolgere gli impegni quotidiani alla presenza di Dio: a servire gli altri senza rumore, senza far valere continuamente i nostri diritti o i privilegi che noi stessi ci attribuiamo, a portare a termine bene il lavoro che stiamo facendo. Se imitiamo nostra Madre, impareremo a dar valore alle cose piccole dei giorni sempre uguali, a dar senso soprannaturale alle nostre azioni, che forse nessuno vede: pulire dei mobili, correggere dei dati dell'archivio, riordinare la camera di un malato, cercare le citazioni precise per la lezione che stiamo preparando. Queste piccole cose fatte con amore attraggono la misericordia divina e accrescono continuamente la grazia santificante nell'anima. Maria è l'esempio perfetto di questa dedizione quotidiana, “che consiste nel fare della propria vita un’offerta al Signore”(Giovanni PaoloII)

Da F: Fernandez-Carvajal,“Parlare con Dio” vol.VI, Natività della Beata Vergine Maria. ed. ARES

Thursday, August 12, 2010

“VIVERE SECONDO LA DOMENICA” (Ignazio di Antiochia)

Sempre dal bellissimo volume "Il Dio vicino"  edito dalla San Paolo che raccoglie diversi scritti dell'allora card. Ratzinger riportiamo queste righe che sottolineano l'importanza della Domenica e dell'eucarestia ricevuta in grazia di Dio.

L'ultima cena di Gesù non fu uno dei tanti pasti che egli consumò con «i pubblicani e i peccatori». Egli la sottopose alla forma fondamentale della Pasqua, la quale afferma che tale cena deve essere celebrata nella comunità domestica della famiglia. Per questo l'ha celebrata con la sua nuova famiglia, con i Dodici; con coloro a cui lui aveva lavato i piedi, che con la sua parola e con questo bagno di perdono (Gv 13,10) aveva preparato a ricevere la comunione del sangue con lui, a diventare con lui un solo corpo. L’eucaristia non è, essa stessa, il sacramento della riconciliazione, ma presuppone questo sacramento. Essa è il sacramento dei riconciliati, a cui il Signore invita coloro che sono divenuti una cosa sola con lui; indubbiamente, essi restano pur sempre deboli e peccatori, ma sono coloro che gli hanno dato la mano e sono divenuti la sua famiglia. Per questo fin dall'inizio il discernimento precede l'eucaristia. Lo abbiamo già sentito, con toni drammatici, dall'apostolo Paolo: chiunque se ne ciba in modo indegno, mangia e beve la propria condanna, perché non riconosce il corpo del Signore (1Cor 11,27ss). La dottrina dei dodici apostoli, uno degli scritti apostolici più antichi, risalente all'inizio del secolo II, riprende questa tradizione apostolica e fa pronunciare al sacerdote, prima della distribuzione del sacramento, queste parole: «Se uno è santo, venga; se non lo è, si penta!»(*). L’eucaristia - ripetiamolo - è il sacramento di coloro che si sono lasciati riconciliare dal Signore, che sono divenuti la sua famiglia e che si sono, in tal modo, affidati alle sue mani. Per questo esistono con-dizioni per accedere all'eucaristia; essa presuppone che si sia già entrati a far parte del mistero di Gesù Cristo.

Ma anche il nesso con i pasti consumati quotidianamente dai discepoli con Gesù - l'altra delle due ipotesi citate - non risulta convincente, essendo noto che, all'inizio, l'eucaristia veniva celebrata la domenica; essa si distaccava quindi proprio dall'abitudinarietà del quotidiano, ma anche dalla modalità solita del pasto consumato in comune. Il vero punto di partenza per dare forma a quanto richiesto da Gesù fu offerto dalla risurrezione. Fu essa, infatti, a rendere possibile che egli fosse realmente presente al di là dei limiti della sua corporeità terrena e realmente potesse essere partecipato. Ma la risurrezione era avvenuta il primo giorno della settimana, che per gli ebrei era il giorno della creazione del mondo. Per i discepoli esso divenne il giorno in cui aveva avuto inizio un mondo nuovo, quello in cui con la vittoria sulla morte trovava principio la creazione nuova. Era il giorno in cui Gesù Cristo, come risorto, era entrato nuovamente nel mondo. In tal modo aveva fatto del giorno della creazione il suo giorno, il «giorno del Signore». Così esso si chiama già nel I secolo; nel libro dell'Apocalisse (1,10) è indicato con questo nome. E già negli Atti degli apostoli (20,7) e nella Prima lettera ai Corinzi (16,2) troviamo testimoniato questo giorno come il giorno dell'eucaristia. Il Si-gnore era risorto il primo giorno della settimana ; questo giorno era ora divenuto, settimana per settimana, il giorno in cui si faceva memoria della novità che era accaduta. I discepoli non dovevano quindi limitarsi a guardare indietro, per ricordare qualcosa di passato: il Risorto vive; per questo il giorno della risurrezione era di per se stesso il giorno della sua presenza, il giorno in cui egli li chiamava a raccolta, in cui essi si ra-dunavano intorno a lui. La domenica come giorno della risurrezione divenne così il punto di partenza inte-riore, il luogo interiore per la celebrazione dell'eucaristia della Chiesa nascente. A partire da qui essa ricevette la sua forma. Proprio in questo momento essa viene tratta dal terreno della Pasqua ebraica e trapiantata nel contesto della risurrezione: essere festa della risurrezione, è questa la sua vera essenza. Già all'inizio del Il secolo Ignazio di Antiochia definiva i cristiani come coloro che «vivono secondo la domenica»', che vivono, cioè, a partire dalla risurrezione, dalla sua presenza nella celebrazione eucaristica. Era così posto il Fondamento per la nuova forma della celebrazione eucaristica. Dopo il pasto terreno, i credenti si radunano per celebrare, nel ringraziamento e nella lode, la presenza della morte e risurrezione del Signore. Dall'ultima cena, secondo una linea di necessità interna, è derivata una festa che implica la gioia. Ancora una volta poi sappiamo dagli Atti degli apostoli che i cristiani celebravano l'eucaristia con canti di lode, e dal V capitolo della Lettera agli Efesini (5,19; cfr. anche Col 3,16) ma anche da molti altri passi neotestamentari  che essi glorificavano il Signore con salmi, inni e cantici.

Con questo trapianto nel nuovo contesto della Risurrezione, senza la quale l'eucaristia sarebbe solo ricordo di un distacco senza ritorno, emersero due novità: adorazione e canto di lode, vale a dire il suo carattere cul-tuale, insieme con la gioia per la gloria del Risorto.

Tuttavia, in tal modo, la forma eucaristica, la forma della liturgia della Chiesa, non era ancora definita del tutto. Dobbiamo riflettere sul fatto che il culto giudaico prevedeva due partì: uno era il culto sacrificale nel tempio, dove venivano presentate le diverse offerte secondo le prescrizioni della legge. Accanto a questo cul-to nel tempio, che era e poteva essere solo a Gerusalemme, si sviluppò sempre più un secondo ambito cul-tuale: la sinagoga, che poteva essere in qualunque luogo. In essa veniva celebrata la liturgia della Parola, ve-niva letta la Sacra Scrittura, venivano recitati i Salmi, si lodava insieme Dio, si spiegava la Parola, si levavano preghiere a Dio. Dopo la risurrezione di Gesù, i suoi discepoli cessarono di prendere parte al culto nel tempio. Non potevano più farlo, dato che il velo del tempio era squarciato, ovvero che il tempio era vuoto. Il tempio non era più l'edificio di pietra, ma il Signore, che si era aperto al Padre come il tempio vivente e che, in tal modo, aveva manifestato il Padre all'umanità. Al posto del tempio subentra l'eucaristia, poiché Cristo è il vero agnello pasquale; in lui si è compiuto tutto quello che era accaduto nel tempio. D'altra parte, se è pur vero che i discepoli, per questa ragione, non partecipavano più ai sacrifici cruenti del tempio, ma, in loro vece, celebravano il nuovo agnello pasquale, continuarono tuttavia, proprio come prima, a partecipare alla liturgia nella sinagoga. La Bibbia di Israele era infatti la Bibbia di Gesù Cristo.

Essi sapevano che tutta la Sacra Scrittura - la Legge e i Profeti - parlava di lui; hanno quindi cercato di leggere questo santo libro dei padri insieme con Israele, ma a partire da Gesù, per aprire così il cuore di Israele a Gesù stesso. Hanno continuato a pregare i Salmi insieme con gli israeliti, per pregarli così insieme con Gesù e renderli manifesti nella Nuova Alleanza, comprendendoli, cioè, a partire da lui. Allo stesso tempo, però, possiamo seguire nei testi del Nuovo Testamento quel tragico percorso, in cui, gradatamente, andò in pezzi anche quanto rimaneva questa unità con Israele. Non si riuscì a portare tutto Israele a leggere la Bibbia come parola di Gesù Cristo e per Gesù Cristo. La sinagoga si chiuse rapidamente a una tale interpretazione della Sacra Scrittura e verso la fine del primo secolo la separazione era ormai compiuta. Nella sinagoga non era più possibile comprendere la Scrittura con Gesù.

A questo punto Israele e la Chiesa procedono l'uno accanto all'altra, separatamente. La Chiesa era divenuta fino in fondo una realtà propria. Dato che ora non poteva più edere parte alla liturgia della parola di Israele, essa dovette svilupparla in proprio. Ciò significò anche di necessità, le due parti della liturgia sino ad allora separate arrivassero a incontrarsi e a compenetrarsi: la liturgia della parola si unisce a quella eucaristica ; ora, nel momento in cui essa ha trovato la forma perfetta di un culto cristiano definito e la Chiesa si presenta perciò sino in fondo come Chiesa, questo insieme è spostato alla domenica mattina, nell'ora della risurrezione; la logica della risurrezione giunge al suo scopo. Con ciò era giunta a compimento la forma essenzialmente cristiana quale la incontriamo ancora oggi nelle’Eucarestia della Chiesa.



*) Didaché, X, 6.



Joseph Ratzinger, Il Dio vicino, pagg. 59-63. Ed. SAN PAOLO

Tuesday, July 27, 2010

EUCARESTIA § FESTA

La villeggiatura è un periodo di festa familiare. Ma resterebbe una festa di serie B se mancasse la partecipazione gioiosa alla santa messa festiva. Resterebbe una festa superficiale, semplice dispersione e stordimento, come diceva Benedetto XVI in un’omelia raccolta nel libro : Josef Ratzinger, Il Dio vicino, l’eucarestia cuore della vita cristiana. Ed. SAN PAOLO


Ma questo significa che l'eucaristia è molto più che una semplice cena; il suo prezzo è stato una morte e la maestà della morte è presente in essa. Quando ci accostiamo a essa, deve riempirci il rispetto per questo mistero, il timore davanti al mistero della morte che si fa presente in mezzo a noi. Presente è certamente anche il fatto che questa morte è stata superata dalla risurrezione e che, quindi, noi possiamo affrontare questa morte come la festa della vita, come la trasformazione del mondo. In tutti i tempi e tra tutti i popoli gli uomini, nelle loro feste, hanno in definitiva cercato di sfondare la porta della morte. Una festa resta alla superficie - semplice dispersione e stordimento - fintanto che non tocca questa ultima domanda. La morte è la domanda di tutte le domande e dove essa è messa tra parentesi, non vi è, in definiva, alcuna risposta. So¬lo dove si risponde a essa, l'uomo può davvero festeggiare e diventare libero. La festa cristiana, l'eucaristia, arriva fino a questa profondità della morte. Non è semplicemente un pio intrattenimento e un momento di divagazione, una sorta di abbellimento o ornamento religioso del mondo; essa arriva fino al fondamento più profondo, poiché in essa è chiamata per nome la morte e ci è posta di fronte la strada per la vita, che. supera la morte. (pag.41)

Friday, July 16, 2010

Mondiali e battesimo

Sneijder diventa cattolico: la forza della santa Messa

"Insieme ai miei compagni sono andato una volta a messa e ho percepito nel loro modo di prendervi parte una tale forza e una tale fiducia da rimanerne turbato"

Dopo la partita Olanda VS Giappone, sotto la maglietta del campione interista Wesley Sneijder in molti hanno notato un rosario, simbolo della conversione del giocatore. La notizia sta rimbalzando su tutti i quotidiani sportivi. Sneijder è infatti diventato cattolico dopo un percorso iniziato con l’amore per la sua ragazza Yolanthe Cabau. Si è così fatto battezzare in una cerimonia celebrata alla Pinetina di Appiano Gentile prima di partire con la Nazionale arancione per i Mondiali in Sudafrica. Lo stesso giocatore racconta al giornale “de VolksKrant”: «Ad Appiano c’è una cappella e lì mi sono fatto battezzare. Insieme ai miei compagni sono andato una volta a messa e ho percepito nel loro modo di prendervi parte una tale forza e una tale fiducia da rimanerne turbato». Molto del merito va anche a capitan Zanetti, cattolico praticante, che ha mediato con il cappellano e, accelerando i tempi, ha fatto seguire a Sneijder il corso di catechismo necessario per gli adulti prima di ricevere il sacramento. Wesley abita a cento metri dal Duomo e racconta delle sue giornate di preghiera: “Prego ogni giorno, e seguo con Yolanthe ogni domenica le funzioni. La fede è un qualcosa che mi dà forza. Alle volte le mie convinzioni mi mantengono saldo e determinato, a volte prego per avere più forza. Ogni giorno, poi, recito il Padre Nostro con Yolanthe. Cerco sempre un angolo prima delle partite per pregare”.