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Friday, January 14, 2011

La “notte oscura” del Battista (1)


La domenica dopo l'Epifana, la Chiesa festeggia il Battesimo di Gesù.
Nel suo libro "Il Mistero dell'Avvento" il  teologo francese Jean Danielou (*)mette in luce l’estrema prova a cui fu sottoposto il Battista, dopo la straordinaria esperienza del Battesimo di Gesù. Precedette Cristo non solo nella predicazione penitenziale ma anche nella sua passione e nell’abbandono estremo

“ Giovanni Battista è lo strumento dal quale il Cristo viene rivelato, per la prima volta, nella sua realtà di Figlio di Dio. Introdotto da Dio nel segreto del mistero trinitario, in lui questo mistero si manifesta all'inizio della vita pubblica di Gesù, per mezzo suo è instaurato il ministero di Gesù; egli lo precede, facendosi suo araldo al cominciare della sua vita pubblica. Così Giovanni fu da Dio preparato e introdotto nei suoi segreti, separato dalle cose del mondo. Quindi fu lo strumento che predispose le anime alla venuta del Cristo. Più tardi ancora - e questo mette qualche cosa di impareggiabilmente commovente e misterioso nella sua vita - egli, dopo aver finito di servire, s'inabissa nell'oscurità. È messo da parte, scompare, si cancella! Venuto il Cristo, non ha più che da andarsene. «Bisogna che lui cresca ed io diminuisca ». Il termine della sua vita appare dunque come uno squallore desolato, uno spogliamento, uno stato di derelizione totale.

Dopo aver partecipato al mistero della predicazione del Cristo, partecipa allora al mistero della Sua Passione (2). A proposito di Giovanna d'Arco, Péguy notò come fu una perfetta immagine del Cristo, per il fatto che dopo aver combattuto come Lui, come Lui chiude la vita nell'insuccesso, nell'oblio, nel ripudio, nell'abbandono, nella desolazione. Così hanno desiderato finire, dopo aver servito, molti Santi.

Questo in Giovanni Battista avviene davvero in modo inesplicabile, sconcertante. Anzitutto lo abbandonano i discepoli a lui più vicini. I suoi discepoli non gli badano più. Gesù è là: Giovanni Battista non è più nulla. Giovanni Battista, già grande profeta, al quale le folle accorrevano sulle rive del Giordano, non ha più nessun seguace. Tutti i suoi discepoli hanno raggiunto Gesù, giacché era proprio Gesù che bisognava raggiungere. Giovanni accetta di essere abbandonato così dagli uomini: contempla da lontano i suoi discepoli che sono con Gesù. Non ha neppure la gioia di essere tra loro, di far vita comune con loro e Gesù. Neppure questo! Questa gioia la lascia ad altri. Ha compiuto la sua missione. Essa è finita. E lui vive ormai nascosto.

Non soltanto lo abbandonano gli altri, ma, di più, sembra abbandonarlo Dio stesso, un po' come Nostro Signore sulla Croce. Questo lato della sua vita al tramonto va posto tra i più misteriosi. Nella misteriosa scena evangelica dove egli invia a Gesù i suoi discepoli per chiedergli se veramente è Colui che deve venire, Giovanni sembra come oppresso da una certa oscurità, forse la suprema purificazione con la quale Dio lo prepara a unirglisi maggiormente. In questa oscurità egli, umanamente, non vede più chiaro; non fa altro che perseverare in una vita tutta pura e tutta spoglia, conoscendo ormai quelle grandi prove della fede, attraverso cui Dio ha fatto sempre passare i suoi migliori amici affinché la loro fede fosse veramente provata (3).

Alla fine sperimenta anche la massima dimostrazione dell'amore, la prigionia e la morte per aver reso, sino all'ultimo, testimonianza alla Verità. È imprigionato, decapitato, abbandonato, dimenticato: darà la sua vita stessa. Ha qualche cosa di incomprensibile il breve spazio di tempo durante il quale egli è il grande profeta annunziatore della voce di Dio, posto com'è tra due abissi di oscurità, l'oscurità del deserto in principio e l'oscurità della prigione al termine. Qui appare conseguentemente in tutta la pienezza la caratteristica essenziale di lui, il suo essere soltanto la voce di colui che grida nel deserto. Tutta la sua vita converge in quel breve spazio, nel momento cioè in cui egli è la voce che indica Gesù. Tutto il rimanente viene vissuto nell'oscurità e nell'attesa."
 Jean Danielou, Il Mistero dell'Avvento. ed. MORCELLIANA  (pagg.84-86)

[2] Cfr. L. ZANDER, Le Précurseur selon le P. Boulghakov, « Dieu vivant ", VII, 107 segg.
[3] Cfr. A. DURAND, Evangile selon St. Matthieu (Verbum Salutis), pagg. 301-304.

*Daniélou, Jean  - Teologo francese gesuita (Neuilly-sur-Seine 1905 - Parigi 1974), è stato, attorno agli anni Cinquanta del Novecento, tra i maggiori esponenti del rinnovamento teologico.. Prof. all'Institut Catholique di Parigi, cardinale nel 1969, nel 1972 fu eletto all'Académie française. Socio straniero dei Lincei (1972). I suoi studî, soprattutto sulla tipologia biblica, le origini del cristianesimo e la patristica greca, tendono all'elaborazione di una teologia della storia che, approfondendo l'idea cattolica di tradizione, dia senso allo sviluppo dogmatico.










Friday, December 03, 2010

Confessione e Amore misericordioso


Accogliere con gratitudine l’amore misericordioso

Proprio chi ha la fortuna di confessarsi frequentemente ha bisogno di prepararsi adeguatamente; certamente con un esame di coscienza ben fatto ma, sopratutto, considerando il grande amore del Signore che, non si accontenta di perdonarci ma desidera purificarci sempre più per unirci  intimamente a lui. Sono queste le preziose considerazioni che Albert Vanhoye ci porge nel suo libro “Pietro e Paolo” che raccoglie una raccolta di meditazioni date negli esercizi spirituali biblici da lui predicati.

“Abbiamo visto che, dopo l'adesione di fede alla persona di Cristo, l'atteggiamento più importante nella vita spirituale è quello dell'amore riconoscente. Ce lo insegnano san Pietro e san Paolo. Accogliere con gratitudine, in ogni circostanza, i doni di Dio, la grazia di Dio, il suo amore generoso. Siamo chiamati, in special modo, ad accogliere un'espressione particolarmente profonda e commovente dell'amore del Signore, cioè il suo amore misericordioso, che ci offre la grazia della purificazione. Prepariamoci a questa grazia e in questa prospettiva. Più importante dell'esame di coscienza per cercare le colpe commesse, è l'attenzione da dare all'amore misericordioso del Signore, all'intenzione del Signore quando offre la grazia della purificazione, per avere i sentimenti rispondenti di amore riconoscente. Come è bello, e commovente, pensare che il Signore ci vuole purificare unicamente perché ci vuole bene: non c'è altra ragione. La purificazione ha come causa l'amore del Signore, e come scopo un'unione più stretta nell'amore con il Signore. L'unione con il Signore non è possibile senza purezza perfetta della coscienza. La grazia della purificazione è dunque una manifestazione di singolare generosità e delicatezza dell'amore del Signore, che suscita una gratitudine profonda. ........Il progetto di amore di Dio è questo: che diventiamo « santi e immacolati al suo cospetto nell'amore». San Paolo spiega un po' di più questo aspetto in Ef 5, quando parla dell'amore di Cristo per la Chiesa: « Cristo ha amato la Chiesa, e ha dato se stesso per lei, per renderla santa purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola - un accenno al battesimo -, al fine di farsi comparire da-vanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25 -27). Possiamo applicare a noi questa espressione dell'amore di Cristo per la Chiesa, possiamo dire ciò che Paolo diceva: « Cristo, il Figlio di Dio, mi amò e diede se stesso per me » (Gal 2,20). Similmente possiamo dire: «Cristo vuole rendere la mia anima santa purificandola con i sacramenti, al fine di farla comparire davanti a lui tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata». Questo è il progetto di amore di Gesù Cristo, è veramente il progetto di un innamorato: farsi comparire davanti la sua amata tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Il sacramento della misericordia deve essere inteso in questa prospettiva: se lo si intende così, allora c'è veramente il desiderio spontaneo di ricevere questo sacramento, espressione di un amore così profondo e così delicato. L'anima accetta di essere purificata, per diventare tutta gloriosa, senza macchia né ruga, ma santa e immacolata...........
Albert Vanhoye, Pietro e Paolo, pp. 85-90  ed. Paoline

Immacolata

Clemente Rebora è un poeta italiano poco conosciuto. Dopo la conversione,negli anni 30 del secolo scorso, scrisse alcune poesie religiose di grande spessore umano e spirituale. Cominciamo con una dedicata all'Immacolata.
        







   L'Amante Padre aveva in suo consiglio  
   la Tuttabella a modellar le cose   
   secondo l'Esemplare di suo Figlio :   
   del gioire di lei Egli gioiva    
   mentre ponendo i cardini del mondo  
    il ciel voltava sull'informe abisso.
   Così il creato, ov'è più meraviglia,
    sorse per lei, e stelle e rose, e i cuori
    presero in lei a palpitar di Dio
    quando da lei il Sol che tutto avviva
    sorse in luce d'amor per ogni nato,
     onde con lei nei secoli i portenti
    di carità degli infuocati eroi
     fan lieto il Regno e sorgono i viventi,
     per ben risorger dopo la vigilia
     dei tempi a quella festa che già piglia
     sembianza dall'Assunta tuttasanta.
       
       E tu, la Pura, il Creatore esprimi
       ond'ogni creatura a Lui somigli;
       sul tenebroso mal, risorto Cristo,
       a nuova terra, e a nuovo cielo, eterni,
       che qui prepara ognun se ha buona fede,
       la creazion geme tutta intera,
       e geme in chi nel parto della Madre
       da quel Sangue è figliato che a Lui diede.
O creazion, che ansiosa aneli,
non più al peccato ma servir d'ascesa
marianamente per Gesù al Padre:
perché, finito il tempo, giunga l'ora
- assorbita in vittoria e guerra e morte –
allor che il Padre ogni lagrima asciughi:
e sia, ecco, tutto in tutti il nostro Dio.


                    II


Ignare a quella sete che per noi
patì là in Croce Cristo benedetto
onde sgorga la Fonte da Maria
che quanti appaga infin li imparadisa,
urlan le genti, dopo aver mangiato
terra per cibo: - bruciamo di sete! -
e come pazze si scontran cercando
sorsi a ristoro, e le sorgive tutte
di loro stragi sfociano inquinate.
Tu unica sorgente, o Immacolata,
donde fluisce acqua di vita al Cielo
che per l'amore in vino e vino in Sangue
a Cana è pregustata e sul Calvario
versata al mondo dal Cuore Divino !

                  III

Beati son gli immacolati in via,
in tua custodia docili, Maria !
Nel labirinto dei giorni tu sei
certezza di speranza in ogni inciampo,
filo d'Arianna a quanti van sperduti
e il mostro è vinto, il Tesoro è trovato;
tesoro ai cuori, nascosto nel campo.
Dal mareggiar del mondo più diviso
vedo le folle accorrere alla Grotta
tua, Vergin Regina della Storia,
dove è fiumana il flusso della grazia
a quanti il mal in mente o in corpo strazia,
per raddrizzar la rotta al Paradiso.
Per te, com'Eva si risolve in Ave,
in Amor Roma suo mister rivela,
dov'è materna Chiesa che dà pace.
Rigenerati, a noi per te vien detto:
Prendi questo vestito di candore,
immacolato portalo al Signore,
onde avere con Lui eterna vita.
           O vita di Gesù, e vera e nuova,

          canto di chi la serba,
           schianto di chi la perda,
           gaudio se si ritrova!
           A noi chiamati in te promesso è il giorno:
         Prendi l'amor, questa lampada accesa;   
          splenda il tuo segno, che avvenga il suo Regno:
          onde, giungendo lo Sposo alle Nozze,
          tutto palese senza nascondiglio
          incontro possa corrergli con luce
          che Sua bellezza svelata riveli
           e insieme ai santi fratelli felici
          dentro la sala regale dei cieli
          vivere amante senza fine in festa
          gloriando al Padre per la Madre il Figlio.

12 novembre 1955
                                                                          

Monday, November 29, 2010

28 novembre 1982


Con la Costituzione Apostolica “Ut sit”  Giovanni Paolo II erige l’Opus Dei in Prelatura Personale. È il 28 novembre 1982.
ecco l'inizio della bolla pontificia:
GIOVANNI PAOLO VESCOVO  SERVO DEI SERVI DI DIO A PERPETUA MEMORIA
Con grandissima speranza, la Chiesa rivolge le sue materne premure e le sue attenzioni verso l’Opus Dei, che per divina ispirazione il Servo di Dio Josemaría Escrivá de Balaguer fondò a Madrid il 2 ottobre 1928, affinché esso sia sempre un valido ed efficace strumento della missione salvifica che la Chiesa adempie per la vita del mondo.
Fin dai suoi inizi, infatti, questa Istituzione si è impegnata, non solo a illuminare di nuova luce la missione dei laici nella Chiesa e nella società umana, ma anche a realizzarla nella pratica; come pure si è impegnata a tradurre in realtà vissuta la dottrina della chiamata universale alla santità, e a promuovere in ogni ceto sociale la santificazione del lavoro professionale ed attraverso il lavoro professionale. Inoltre, per mezzo della Società Sacerdotale della Santa Croce, si è adoperata per aiutare i sacerdoti diocesani a vivere la medesima dottrina, nell’esercizio del loro sacro ministero.


Qualche giorno fà, Benedetto XVI ha fatto pubblicare l'esortazione apostolica "Verbum Domini" che tratta
 della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. "Riaffermando il profondo legame tra lo Spirito Santo e la Parola di Dio, abbiamo anche posto le basi per comprendere il senso ed il valore decisivo della viva Tradizione e delle sacre Scritture nella Chiesa. Infatti, poiché Dio «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16), la Parola divina, pronunciata nel tempo, si è donata e «consegnata» alla Chiesa in modo definitivo, cosicché l’annuncio della salvezza possa essere comunicato efficacemente in tutti i tempi e in tutti i luoghi. ....La viva Tradizione è essenziale affinché la Chiesa possa crescere nel tempo nella comprensione della verità rivelata nelle Scritture; infatti, «è questa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone dei libri sacri e nella Chiesa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse sacre Scritture».[58] In definitiva, è la viva Tradizione della Chiesa a farci comprendere in modo adeguato la sacra Scrittura come Parola di Dio. Sebbene il Verbo di Dio preceda ed ecceda la sacra Scrittura, tuttavia, in quanto ispirata da Dio, essa contiene la Parola divina (cfr 2Tm 3,16) «in modo del tutto singolare».[59]

E proprio dalle conclusioni ispirate dalla meditazione di quelle parole della Genesi, che definivano la vocazione dell'uomo nella creazione (Tulit ergo Dominus Deus hominem et posuit eum in paradiso Eden, ut operaretur et custodiret illum (Genesi, 2,15) il giovane Josemaria Escrivà ricevette l'ispirazione divina sulla fondazione e missione dell'Opus Dei nella Chiesa e nel mondo. 

Tuesday, November 16, 2010

L’ Abruzzo e i Santi

L’occasione dell’intitolazione a Pescara di una via a san Josemaria Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, mette in evidenza la grande familiarità che intercorre tra la gente d’Abruzzo e i santi. Non solo con i grandi santi consacrati dalla secolare storia della Chiesa, ma anche tra quelli più “normali” e recenti: Padre Pio, Teresa di Calcutta, Josemaria Escrivà. Per non parlare di uno molto vicino, per certi aspetti già canonizzato dal popolo: Giovanni Paolo II.
Appunto san Josemaria e Giovanni Paolo II: due grandi figure destinate a lasciare una traccia indelebile su tutto il millennio che si è aperto da poco.
Joaquìn Navarro Valls probabilmente è l’unica persona ad aver avuto la fortuna di conoscerli a fondo entrambi. E non in modo episodico ed esterno ma vivendo accanto a loro per diversi anni ;prima con Josemaria Escrivà e poi con Giovanni Paolo II.

L’occasione di ricordarli entrambi è stato al centro dell’intervento di Navarro all’incontro svoltosi nell’aula consiliare del comune di Pescara

Ecco uno degli articoli apparsi nel quotidiano “Il Centro”

Le mie fughe con il Papa
                                      I ricordi abruzzesi dell'ex direttore della sala stampa della Santa Sede in città per l'Opus Dei: "Ventidue anni accanto a Giovanni Paolo II"

PESCARA. «Quante volte siamo venuti in Abruzzo di nascosto. A camminare, a sciare». Si illuminano gli occhi di Joaquìn Navarro Valls mentre regala un momento dei suoi ventidue anni accanto a Giovanni Paolo II. Spagnolo, direttore della sala stampa della Santa Sede dal 1984 al 2002, Navarro Valls ieri era a Pescara dove, nella sala consiliare del Comune, ha parlato di «realismo umano della santità». Un incontro organizzato dall'associazione culturale Forgia e dal club CasAuria alla vigilia dell'inaugurazione della strada (tra via Pizzoferrato e via Arapietra) che il Comune di Pescara intitola questa mattina a San Josemarìa Escrivà.Con il fondatore dell'Opus Dei, Navarro Valls ha vissuto cinque anni a Roma, dal 1970 al 1975, nella casa madre della prelatura cattolica di cui lui stesso è membro laico.

SANTI COL BUON UMORE La sala consiliare era piena ieri pomeriggio, con persone arrivate anche da fuori regione per ascoltare la lezione sulla santità del medico e giornalista (74 anni martedì) che nella sua vita ha incontrato due santi «anzi tre», come rimarca lui prima di ricordare san Josemarìa, madre Teresa di Calcutta e, naturalmente, Giovanni Paolo II.«Tre persone completamente diverse per formazione, carattere, preferenze», racconta Navarro Valls, «tanto che mi sono chiesto spesso cosa avessero in comune. Ebbene, un buon umore straordinario. Le miserie del mondo non gli toglievano l'ottimismo, perché tutte e tre credevano sul serio alle due righe della Genesi, Dio ha creato l'uomo a Sua immagine e somiglianza, dunque il fine della storia è sicuramente felice, come nei film degli anni Cinquanta».

LA COPERTINA E L'ACQUA Parla con semplicità, e con semplicità dice, Navarro Valls, che «la santità è l'eroismo nel quotidiano. Non si è santi una volta, ma tutto l'anno. Il santo è colui che fa straordinariamente bene le cose ordinarie, anche se poi non viene canonizzato».Ed ecco allora i ricordi, «tantissimi» accanto a tre personaggi che hanno fatto la storia. «Un anno, Giovanni Paolo II era già molto anziano, la rivista Time Magazine lo fece l'uomo dell'anno. In copertina c'era una foto sua sorridente, con un'espressione ironica straordinaria. Eravamo a cena, non gli avevo detto niente, quando tiro fuori la rivista e gliela mostro. Per tutta la cena mi ha fatto domande sui motivi di quella scelta da parte della rivista, ma alla fine si alza e per la seconda volta lo vedo che capovolge la copertina sul tavolo. Ci resto male. Cosa non le piace, la fotografia, gli chiedo. E lui: forse mi piace troppo. Ecco la sua santità: per ottant'anni ha lottato contro le passioni umane». Josemarìa Escrivà. «Per molto tempo è stato malato di diabete, stava parlando in una conferenza, ma non ce la faceva più. Chiese un bicchiere d'acqua. Ma poi, una volta avuto, ha continuato a parlare ancora per dieci minuti senza bere. Anche in quel piccolo dettaglio offriva a Dio la sofferenza per quella sete». E allora ecco «gli occhi da bambina» di madre Teresa di Calcutta. Navarro Valls la conobbe durante un volo da Calcutta alle Filippine nell'83 e da allora tante volte la missionaria albanese, premio Nobel per la Pace nel 1979, è stata a Roma da Giovanni Paolo II.

IL PAPA E GLI ABRUZZESI «Era un martedì, quel giorno il Pontefice non aveva appuntamenti. Uno sguardo e: dài, andiamo». La destinazione la tiene ancora segreta Joaquìn Navarro Valls, mentre però accetta di confidare quelle fughe («quante volte») improvvise e assolutamente segrete sulle montagne aquilane. «Adorava il paesaggio, soprattutto autunnale. I gialli e i rossi dei boschi. In gran segreto passeggiava, spesso faceva qualche sciatina fin sotto al Gran Sasso. Era extraordinario. Degli abruzzesi ha sempre ricordato la sobrietà e la bontà. Amava parlarne anche quando tornavamo a Roma».

LA DIGNITÀ DELLE DONNE «Papa Giovanni II l'ho visto molto arrabbiato qualche volta, e sempre quando si trattava di circostanze in cui era stata fatta violenza fisica o morale contro un essere umano. Per lui era una bestemmia». E a chi gli chiede una lezione sul bene, su come è inteso e vissuto oggi, Navarro Valls evita riferimenti diretti e si limita a dire: «In qualsiasi attività umana, l'unico modo per essere giusto è trattare le persone da persone, non da cose. Le cose hanno un prezzo, le persone un valore, che è la dignità. A livello sociale, lavorativo, politico. Ce l'hanno gli uomini e ce l'hanno le donne».


I GIORNALISTI E I SANTI Presidente dell'associazione Stampa estera in Italia nel 1983 e 1984, corrispondente per Nuestro Tiempo e inviato estero per il quotidiano di Madrid Abc, Navarro Valls dice subito: «Il giornalismo è una cosa molto seria, va fatto con passione sapendo distinguere tra la propaganda e il giornalismo che racconta l'esperienza che ho vissuto o che considero vera». Quanto ai santi, che è poi il motivo della sua due giorni a Pescara, Navarro Valls commenta l'intitolazione della strada al fondatore dell'Opus Dei con un consiglio ai residenti: «I santi sono sempre vivi, sempre intercessori, basta chiedere. Ne approfittino i residenti della nuova via, ma ne approfitti anche tutta la città».



Cristo Re

R.C.V.(2)

"Si conclude l'anno liturgico e nel Santo Sacrificio dell'altare rinnoviamo l'offerta, al Padre, della Vittima, Cristo, Re di santità e di grazia, Re di giustizia, d'amore e di pace, come leggeremo fra poco nel prefazio. Voi tutti, nel considerare la santa Umanità di nostro Signore, sentite nelle vostre anime una gioia immensa: un Re dal cuore di carne, come il nostro, che pur essendo l'autore dell'universo e di ogni singola creatura, non impone il suo dominio con prepotenza, ma viene come un poverello a chiedere un po' d'amore, mostrandoci, in silenzio, le sue mani piagate.

Perché allora tanti lo ignorano? Perché si sente ancora la protesta crudele: Nolumus hunc regnare super nos, non vogliamo che regni su di noi? Vi sono milioni di uomini che si oppongono a Gesù Cristo, o piuttosto alla sua ombra, perché non lo conoscono, non hanno visto la bellezza del suo volto, ignorano le meraviglie della sua dottrina. Dinanzi a questo triste spettacolo mi sento spinto alla riparazione; dinanzi al clamore incessante, fatto di opere ignobili più che di parole, sento il bisogno di gridare: Oportet illum regnare, egli deve regnare...

Se lasciamo che Cristo regni nella nostra anima, non saremo mai dei dominatori, ma servitori di tutti gli uomini. Servizio: come mi piace questa parola! Servire il mio Re e, per Lui, tutti coloro che sono stati redenti dal suo sangue. Se noi cristiani sapessimo servire! Andiamo dal Signore e confidiamogli la nostra decisione di voler imparare a servire, perché soltanto così potremo non solo conoscere e amare Cristo, ma farlo conoscere e farlo amare dagli altri...

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Per servire gli altri nel nome di Cristo, è necessario essere molto umani. Se la nostra vita fosse disumana, Dio non vi edificherebbe nulla, perché di solito non costruisce sul disordine, sull'egoismo, sulla prepotenza. È necessario comprendere tutti, convivere con tutti, scusare tutti, perdonare tutti. Non si tratta di dire che è giusto ciò che non lo è, o che l'offesa a Dio non è offesa a Dio, o che il male è bene. Però, non risponderemo al male con il male, ma con dottrina chiara e buone opere, affogando il male nell'abbondanza di bene. Cristo allora regnerà nella nostra anima e in quelle di coloro che ci sono vicini.
(da Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, omelia " Cristo Re". ed. ARES)
Lasciare che Cristo regni in noi è l'itinerario della vita cristiana . Come scriveva Romano Guardini:
"In ogni cristiano Cristo per così dire vive la sua vita: dapprima è bambino, e poi cresce finché perviene all'età piena del cristiano maggiorenne. Egli perciò cresce in quanto cresce la fede, si rafforza l'amore, il cristiano diviene sempre più chiaramente consapevole del suo essere cristiano e con profondità e responsabilità sempre maggiori vive la sua esistenza cristiana.
Pensiero inaudito! Sopportabile solo nella fede che Cristo è realmente il compendio, la sintesi; e nell'amore vuole farsi una cosa sola con lui. O il pensiero d'essere congiunto con una persona - non solo legato nella vita e nell'azione, ma cresciuto a formare una cosa sola nell'essere e nell' "io" - si potrebbe sopportare, se quella persona non fosse amata come quella in cui io trovo il mio io vero e proprio, quello di figlio di Dio, e il mio autentico "tu", vale a dire il Padre? Perciò, nella Scrittura in verità si dice: «Nessuno viene al Padre, se non attraverso di me» (Gv 14, 6). Il mio "io" è racchiuso in Cristo, e io debbo impara¬re ad amarlo come colui nel quale ho la mia genuina sussistenza
Ma è anche realmente così? Tu, Paolo, puoi affermare una cosa del genere, se è pur vero che le persone sono quali effettivamente sono? Sono allora cambiate, in quanto divenute cristiane? Non hanno più alcun peccato? Non hai tu notizia di tutto ciò che di basso e malvagio e meschino è in loro?... V'è un passo nella Lettera ai Romani, dove Paolo parla dello stato dell'uomo irredento, ma in cui si insinua anche l'esperienza sempre rinnovata di quanto ancora nel credente contrasta la redenzione.
Là egli dice: «Io so che in me, vale a dire nella mia carne, non abita il bene; infatti in me si trova il desiderare, ma non il compiere il bene. Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ma se io faccio quanto non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Così io trovo in me la legge che, quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti secondo il mio uomo interiore mi rallegro in rapporto alla legge, ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che contrasta con la legge della mia ragione e mi rende schiavo alla legge del peccato, che è nelle mie membra. Io {sono} uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo di morte? [Siano rese} grazie a Dio mediante Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, con la mia ragione servo la legge di Dio, con la carne invece servo la legge del peccato» (Rm 7, 18-25; si vedano anche in proposito passi come 1 Cor 3, 3 e, tra l'altro, Rm 8, 12-13)...

E ciononostante dev'essere vero quanto tu dici?... Tanto sicuramente vero come il fatto che Cristo è risorto. Infatti la redenzione e la rinascita non significano che l'uomo sia cambiato per incantesimo, ma che in lui è posto un nuovo inizio. Qui v'è il male di cui tu parli, ma anche il nuovo inizio. Il cristiano non è un essere semplice ma, si potrebbe quasi dire, una lotta. È un campo di battaglia e quindi è costituito da due che si trovano in lotta: l'uomo vecchio, che si radica nel suo "io" ribelle, e quello nuovo, che è formato a imitazione di Cristo.
«Se voi avete pur udito e siete stati istruiti in lui, così com'è la verità in Gesù: deponete l'uomo vecchio, com'era secondo la condotta precedente, il quale si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell'uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella santità» (Ef 4, 21-24).
L'intera esistenza cristiana è la lotta di questi due «uomini» in noi. Il cristiano non è un essere di natura, ma un mistero, un abbozzo di ciò che verrà. A ciò che noi siamo in senso vero e autentico, noi dobbiamo credere, nonostante tutte le obiezioni provenienti da quanto noi siamo visibilmente. Nel "nonostante" che si oppone a quel che in noi sperimentiamo, noi crediamo di essere rinati, di portare in noi Cristo, e in tal modo una gloria in sviluppo, che un giorno deve rivelarsi, come dice la Lettera ai Romani nell'ottavo capitolo.
(R. Guardini, IL Signore, pagg. 602-603)

Wednesday, November 10, 2010

Cristo Re

R.C.V.(1)
Diversi santi (tra cui s. Josemaria) utilizavano questa sigla per ricordarsi della presenza di Cristo nella propria vita quotidiana. " È Re e desidera regnare nei nostri cuori di figli di Dio. Ma mettiamo da parte l'immagine che abbiamo dei regni della terra: Cristo non domina né cerca di imporsi, perché non è venuto per essere servito, ma per servire. (Josemaria Escrivà, omelia Cristo Re.)"

L'ultima domenica dell'anno liturgico ci invita a considerare la realtà della regalità di Cristo nella nostra vita. La devozione al Sacro Cuore di Gesù non è zuccherosa pratica spirituale per anziane signore ma un invito rivolto a tutti i cristiani a prendere sul serio una realtà inaudita: essere una cosa sola con Lui!
"La forma che fa cristiano il cristiano, che deve compenetrare tutte le sue espressioni, collegare in un'unità tutti i diversi processi della sua vita, che dev'essere riconosciuta in tutto, è il Cristo in lui. In ciascun singolo in modo diverso, secondo la modalità del suo essere: nell'uomo differentemente dalla donna, diversamente nel bambino e nell'adulto, in modo diverso in un'indole con queste doti e in quella. Diversamen­te secondo i vari tempi e occasioni, secondo la gioia o il dolore, il lavo­ro o gli incontri con le persone. Ma è sempre lui. Attraverso tutta la molteplicità e tutto il cambiamento, passa un contesto del divenire, una crescita. In ogni cristiano Cristo per così dire vive la sua vita: dapprima è bambino, e poi cresce finché perviene all'età piena del cri­stiano maggiorenne. Egli perciò cresce in quanto cresce la fede, si raf­forza l'amore, il cristiano diviene sempre più chiaramente consapevole del suo essere cristiano e con profondità e responsabilità sempre maggiori vive la sua esistenza cristiana." (R. GUARDINI, Il Signore, pag. 602)