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Monday, May 28, 2012

Che forma ha il Paradiso?

 Francisca Javiera Del Valle , umile operaia in una sartoria all’inizio del 900, racconta la sua esperienza mistica del Cielo con un linguaggio semplice e teologicamente perfetto. Descrizione che è insieme preghiera estatica. Riesce a comunicare "qualcosa"  di ciò che san Paolo parla nella prima lettera ai Corinti" Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,né mai entrarono in cuore di uomo,queste ha preparato Dio per coloro che lo amano."
 Pagg 95-99 , DECENARIO DELLO SPIRITO SANTO, Javiera Del Valle. ed. ARES


Quello che esiste là chi potrà mai spiegarlo, se l'anima, rapita da quelle bellezze, non riesce a dire nulla? Tutti coloro che lì godono di Dio si incontrano, si guardano, si rallegrano gli uni con gli altri. In questo luogo non si ode parola alcuna. Oh, linguaggio divino! Riflettendosi in Dio tutti si comprendono e, rapiti, glorificano Dio. Spostandosi agilmente per quei cieli scon­finati, si resta sempre nel centro di Dio, dovunque si vada e dovunque si desideri andare. Sono sempre nel centro di Dio e sempre rapiti dalla sua divina leggiadria e bellezza. Infatti Dio è un oceano immenso di meraviglie e di divina essenza che si diffonde e si diffonderà sempre. E siccome ciò che si diffonde sono la grandezza, la bellezza, la gioia, la felicità e tutto quanto è racchiuso in Dio, l'anima nuota continuamente in quella gioia, in quella felicità e in quella gloria che Dio fa scaturire da sé. Dio è cielo sconfinato: perciò di continuo si vedono e si godono nuovi cieli dalle inimmaginabili bellezze e meravi­glie, che l'anima vede come nel centro di DioE percorrendo quegli infiniti cieli nuovi l'anima si ritrova eternamente felice.
, e ne gode per sempre.
Chi potrà mai dire che cosa sia? Se tutti i cherubini venissero sulla terra e incominciassero a parlare con l'intelligenza particolarmente privilegiata che Dio ha dato loro e con il loro ardente desiderio che Dio sia conosciuto attraverso le sue opere, neanche loro saprebbero dirci alcunché e neppure darci un'idea di quello che è. Ci sarà qualcuno che possa parlarci e dirci qualcosa del nostro Dio? Non ha corpo né forma né figura alcuna; chi, pertanto, ci potrà dire com'è? Quale corpo, forma o figura ha la perfezione di tutte le perfezioni e la perfezione di tutte le bellezze? A stento riusciamo a farci una idea delle cose che vediamo e tocchiamo... Se non siete d'accordo, ditemi: quale forma ha la chiarezza? E l'aurora del mattino? E la nostra vita? E quella di tutti i fiori, delle piante e di ogni essere vivente? Oh, vita che vivi da sempre! Unica vita vivente! Mio Dio e mio tutto! Chi ci sarà che possa parlarci di te e dirci come sei?

Se chi ti vede resta a tal punto rapito e dimentico di sé da non sapere se vive in sé, perché il solo ricordarsi di te lo trasporta fuori di sé, chi potrà dirci qualcosa di te? Come paragonare la conoscenza di Dio che si acquisisce nella scuola divina e ciò che sapevamo prima di entrare in essa? Non si può fare alcun paragone se non quello del cieco nato che, sapendo che cos'è la natura perché gliel'hanno descritta, all'improvviso perdendo la cecità la vede così com'è. Ben saprebbe dirci lui la differenza fra quello che gli hanno descritto e quello che è! Perciò, o mio Maestro, guida tutti noi alla tua scuola affinché, come il cieco, vediamo quello che tu sei, altrimenti nessuno è in grado di dircelo.

Come può, una creatura che per natura non è nulla esprimere tutto questo a parole? Come sarà in grado di dirci che cos'è quello che è, se questo le risulta incomprensibile per la sua immensa grandezza e maestà? Non esiste intelligenza umana o angelica, per immensa che sia, che possa dircelo, perché qualsiasi immensità che non sia quella di Dio ha un limite, e oltre non va. Chi ci parlerà di Dio e ci dirà com'è? Nessuno, nessuno, né in cielo né in terra.

È fuoco di eterna luce che racchiude immensi fulgori; sorgente di perfezione che racchiude tutte le virtù. Ognuna delle sue infinite perfezioni ha il suo modo di essere, ed è naturalmente infinita quanto a leggiadria e bellezza, tanto da rapire. E infatti chi la vede viene tanto rapito da restare come privato dell'uso di ragione e assorbito nella stessa bellezza e leggiadria che gli vengono trasmesse, e nel percepire ciò si sente ancor più privato della ragione, assorto e rapito dalla gioia e dalla felicità che sente dentro l'anima. E tutta questa gioia e questa felicità le ha provate nel vedere una delle perfezioni di Dio. Figuriamoci che cosa proverà alla vista di tutte le perfezioni, di tutte le virtù e di tutti i poteri di Dio! Che cosa proveremo, ognuno di noi, nel vederci amati da Dio prima di tutti gli angeli e di tutti gli uomini, con un amore qual è l'amore di Dio, che lascia l'anima inebriata da una felicità impareggiabile, tanto piena di soddisfazione che non si desidera nessun'altra cosa? Infatti l'amore di Dio dà all'anima e al corpo la sazietà in tutti gli stati di felicità, gioia e gloria, senza che questo amore diminuisca e smetta di amarci per i secoli dei secoli.

Che cosa sentirà l'anima quando si vede amata tanto e per sempre da Colui che è l'unica cosa che esiste? E chi ci potrà spiegare o dire ciò che l'anima sente guardando Dio, quando al solo vederlo essa si sente annegare in quegli immensi oceani, mari senza fondo, cieli dilaganti nell'infinito e nell'eterno? Tanto è racchiuso nella Divina Essenza.

E poi, chi ci potrà dire chi è Dio se ciò che si avverte al solo vederlo è indicibile, perché l'anima si svuota della sua vita e vive deificata soltanto in Dio? Che cosa ci potrà dire se, deificato il suo vivere, è assorta in estasi e rapita dall'abbondanza di tutte le felicità? Come ci potrà parlare di Dio? Chi, rapito, potrebbe articolare parola? E se anche potesse, come potrebbe spiegare quello che è al di sopra di ogni intelligenza? E se la mera vista di Dio ha questi effetti, che cosa proverà l'anima quando Egli stesso le si darà in possesso per godere e godere per sempre di Lui? E se si ottengono questi effetti soltanto al vederlo, quale godimento avremo nel possederlo? Che sarà Dio in sé stesso?

Oh, Grandezza somma! Vita che sempre hai vissuto di tua vita propria! Perché tu sei colui che ha dato la vita a tutti gli esseri! Come vorrei, ora, in questa vita presente, avere una gioia infinita e usarla per godere della consapevolezza che tu sei chi sei! E pensare che gli uomini negano la tua esistenza, quando tu sei l'unica cosa che esiste e vive di vita propria! O mio tutto in tutte le cose! Parla, fa' che ti sentano da un confine all'altro della terra e dì a tutte le creature che non hai alcun bisogno di noi, ma ci desideri solo per venire incontro alle nostre necessità e per trarci dalla nostra pochezza e miseria, per darci la gioia e la felicità che cerchiamo e non troviamo e nemmeno potremmo trovare perché sono solo in te, fonte e sorgente di tutta la gioia e di tutta la felicità. Ma come possono cercarla in te, se non credono in te e negano la tua esistenza?

Oh, Santo e Divino Spirito, vieni! Discendi sulla terra e ferisci tutti i cuori come tu sai ferire, perché così feriti da te non possano più resistere alla tua divina chiamata e abbandonino le bambinate in cui si stanno trastullando, inganno infernale col quale Satana conquista i cuori degli uomini che sedotti e ingannati trascorrono la vita in distrazioni infantili fino a che non sono colti dalla morte, perdendo così il fine per cui sono stati creati.

Santo e Divino Spirito, non lasciarci nei nostri vani passatempi. Spingici, con la forza che hai per il vero Dio che sei, a venire a te. Fa' che in tutti si compiano i tuoi amorosi disegni e da tutti tu sia onorato, lodato e glorificato, e noi possiamo godere della tua bontà divina, e tutti alla tua presenza divina, deificati, per te possiamo vivere per i secoli senza fine come tu hai desiderato già prima della nostra esistenza. Amen.


Thursday, May 10, 2012

contemplazione e realtà

"la contemplazione è prima di tutto un certo modo di penetrare più a fondo la realtà". 
(Jean Danielou :  LA TRINITA E IL MISTERO DELL’ESISTENZA.pag.9)

Leggiamo l'introduzione di questo breve ma denso scritto:

Quanto più si allarga nella vita del cristiano la dimensione dell'azione temporale, tanto più la testimonianza contemplativa la deve contro­bilanciare. Nelle trasformazioni della, odierna civiltà si esprime la ricerca oscura del pieno compimento dell'uomo: un compimento impos­sibile al livello di una civiltà esclusivamente materiale, o di una società umana puramente fraterna. Alla radice della crisi attuale del mon­do si trova la ricerca di Dio. Si tratta di ren­dere presente, nella civiltà tecnica, la dimen­sione della trascendenza, al di fuori della quale non esiste possibilità di un umanesimo. È vero anche a livello della creazione della città. Se non vi sarà posto per l'adorazione, se la città si costruirà senza Dio, non soltanto non sarà religiosa, ma non sarà neppure umana. Proprio perché l'uomo di oggi tende a rendersi autosufficiente, l'adorazione diviene la battaglia più urgente. Una città in cui gli abitanti resta­no senza pane e senza casa è una città inumana; ma anche una città in cui è assente la luce na­scosta della preghiera è una città inumana .

Ritornano alla mia memoria alcune delle parole di Alvaro Del Portillo riferite a san Josemaria Escrivà "  Massimamente utili nella Chiesa di Gesù non sono i cosiddetti uomini pratici e neanche i puri banditori di teorie, bensì i veri contemplativi, dominati da una passione lucidis­sima e infaticabile: divinizzare e trasfigurare in Cristo e con Cristo tutta la realtà creata. Non è un paradosso asserire che, nella Chiesa di Gesù, soltanto la mistica risulta veramente pratica.

In particolare nella contemplazione della Trinità "ci si svelano le ultime profondità del reale, ci si svela il mistero dell'esistenza. La Trinità è principio e origine della creazione e della redenzione; nel mistero della lode e dell'adorazione ogni cosa le è infine rapportata. Al di là di tutto, dà a tutto la sua consistenza. Tutto procede da lei e a lei tende. La conver­sione essenziale è quella che ci fa passare dal mondo visibile, che ci sollecita da fuori, al mondo invisibile: mondo insieme assolutamen­te reale, perché costituisce il fondo ultimo di ogni realtà, e assolutamente santo ed ammira­bile perché fonte di ogni beatitudine e di ogni gioia. In ogni conversione particolare, in ogni pro­gresso della vita, si trova questa conversione di fondo: apertura alla realtà fondamentale del­le Persone divine, scoperta che in esse risiede la pienezza dell'essere, appello a trovare in esse la nostra sufficienza e il nostro tesoro nel tempo e nell'eternità. Perciò la contemplazione è prima di tutto un certo modo di penetrare più a fondo la realtà. E, al contrario, il peccato è mancanza di apertura alla vera realtà, è limi­tazione nel mondo esteriore e superficiale, il mondo del nostro egoismo. Dobbiamo entrare in questa conversione con­templativa fondamentale, cercando di aprirci alla realtà sovrana della Santissima Trinità, di riempirci i cuori della sua luce, lasciando il re­sto per rivolgerci a lei. (pag 9 )

Monday, April 16, 2012

La liturgia è una guerra

Chi ha letto il libro di Scott Hahn "Roma dolce casa" non può fare a meno di conoscere  questa seconda opera tradotta in taliano: "La cena dell'Agnello, La Messa come Paradiso sulla terra" pubblicata dall'editore CANTAGALLI. Sotto un breve passaggio, in cui, simpaticamente, si tratta della Messa come combattimento !

"Però la guerra è guerra. Anche se la nostra vittoria è assicurata, il combattimento in sé non sarà necessariamente facile e questo vale specialmente a Messa. Conoscendo il potere della grazia, il diavolo ci assalterà con più fòrza, dice un antico maestro, in tempo di feste solenni e durante la Divina Liturgia - soprattutto quando stiamo per ricevere la Santa Comunione".
Qual è il nostro combattimento concreto durante la Messa? Magari reprimere il disprezzo verso i fedeli che hanno un profumo troppo forte, o verso il tizio che canta stonato; trattenere un giudizio negativo verso il parrocchiano che sta andando via prima; guardare altrove quando iniziamo ad ammirare quella scollatura così bassa; tenere a bada le smorfie quando ascoltiamo un'omelia infarcita di errori grammaticali; o sorridere bonariamente alla mamma con il bambino che strilla. Queste sono dure battaglie. Probabilmente non sono tanto romantiche quanto combattere con le sciabole in un remoto deserto, o marciare attraverso gas lacrimogeni per protestare contro l'ingiustizia. Tuttavia sono così perfèttamente nascoste, tanto interiori, da richiedere un maggiore eroismo. Nessuno, tranne Dio e i Suoi angeli, saprà che questa settimana nella tua mente non hai criticato l’omelia del parroco. Nessuno, tranne Dio e i suoi angeli, noterà che hai ritirato il tuo giudizio negativo sulla famiglia svestita. Certo, non riceverai nesuna medaglia, ma vincerai una battaglia. (pag. 143)"

Saturday, April 14, 2012

La risurrezione è il fondamento del mondo vero

Romano Guardini nella sua splendida opera          "Il Signore" continua a suggerirci riflessioni profonde sulla figura di Cristo

Gesù si colloca rispetto al mondo in maniera diversa da noi. Diversa a confronto dell'uomo che è un puro uomo. Diversa nei riguardi di Dio da quella di un credente. Diversa quanto alla propria esistenza, al vivere e al morire, da quella di tutti noi. Già qui sta il fondamento su cui poggia la risurrezione.
Qui siamo posti davanti a un aut-aut, che è radicale. Finché prendiamo come parametro noi stessi: la nostra esistenza umana, quale essa è; il mondo, come sussiste per noi; la modalità in cui procedono il nostro pensare e sentire - e da quella prospettiva giudichiamo Gesù Cristo, allora siamo costretti a considerare la fede nella risurrezione come un risultato di determinate scosse religiose, come un prodotto della formazione della comunità nei suoi inizi, ma ciò significa come illusione, inganno.
E allora si riduce a una questione di coerenza la misura della rapidità con cui la si rigetta, insieme con i suoi presupposti e le sue conseguenze, e si cerca di lavorare all'enucleazione di un "cristianesimo puro". Esso naturalmente non sarà molto più che un'etica e una pietà religiosa assottigliate... Oppure ci si fa chiaro che cosa esige la figura di Cristo, cioè la fede. Noi riconosciamo che non è venuta per portarci nuove conoscenze ed esperienze nell'ambito del mondo, ma per liberarci dall'incantesimo del mondo. Noi ascoltiamo l'esigenza che ci pone e le obbediamo. Accogliamo i criteri, a norma dei quali si deve pensare a Cristo, dalla sua stessa figura. Siamo dispo¬sti ad apprendere che egli non fa avanzare il mondo con valori e forze più nobili o più interiori, ma che con lui ha inizio l'esistenza nuova. Attuiamo quella rotazione dell'asse, che si chiama appunto "fede" e secondo la quale non si riflette su Cristo movendo dal mondo, ma, partendo da lui, su tutto il resto.
Allor non diciamo più: nel mondo non si verifica il rivivere di un morto, quindi il messaggio della risurrezione è un mito  ma  Cristo è risorto, dunque la risurrezione è possibile e la sua risurrezione è il fondamento del mondo vero.
Nella risurrezione si rivela quanto fin dall'inizio si trovava nell'essere vero di Gesù, del Figlio dell'uomo e del Figlio di Dio. Quando riflettiamo sulla nostra esistenza propria, ci si presenta come un movimento, che esordisce nell'oscurità dell'infanzia, più o meno ampiamente a ritroso a seconda della forza della memoria; poi sale, giunge a un culmine, si curva, per sprofondare da ultimo, con un declino più o meno compiuto o interrotto bruscamente. Quest'arco della mia esistenza ha inizio nella nascita e termina nella morte. Dopo la discesa dell'arco si stende di nuovo la tenebra, al dì là della quale porta un indeterminato sentimento di speranza... In Gesù Cristo non è così. L'arco dell'esistenza per lui non inizia nella nascita, ma s'inarca a monte d'essa nell'eternità. «Prima che Abramo fosse, io sono!» (Gv 8, 58). Non sono parole di un mistico cristiano del secondo secolo, come si è affermato, ma espressione immediata di ciò che viveva in Cristo. E l'arco non sprofonda nella morte, ma, portando con sé la sua intera vita umana, prosegue attraverso l'eternità: «Lo uccideranno e il terzo giorno risusciterà» (Mt 17, 23). La coscienza dell'esistenza che ha Cristo possiede una profondità e un'ampiezza totalmente altre, un rappor¬to con la morte totalmente altro dalla nostra. La morte nella sua coscienza è soltanto un passaggio, per quanto colmo della più grave importanza. «Non era necessario che Cristo soffrisse tutte queste cose, per entrare così nella sua gloria?», chiede il Signore al discepoli sulla via verso Emmaus (Lc 24, 26)... La risurrezione realizza ciò che egli ha recato in sé già da sempre. Chi rifiuta la risurrezione, rifiuta con azione retrospettiva anche tutto ciò con cui essa è strettamente unita nell'essere e nella coscienza di lui. Quanto poi ancora rimane, non val più la pena di credere con una fede.
R. Guardini, Il Signore pp 538-539

Wednesday, April 04, 2012

L'agonia di Gesù

Venerdì santo 2012, come tutti gli altri venerdì santi  della storia.Si è caricato dei nostri peccati, dei peccati di tutto il mondo, di tutta la storia, di tutta la gente. John Newman, da poco proclamato beato, descrive in modo impressionante l'orrore e la ripugnanza di Gesù in quella notte passata nell'orto degli ulivi. Mai nessuno aveva raccontato in modo così sconvolgente ciò che ha provato il nostro redentore:

Quale orrore, quando egli guardò e non riconobbe se stesso; e si sentì come un peccatore immondo e ripu­gnante, per la viva percezione di quella massa di cor­ruzione che si rovesciava sulla sua testa e scorreva giù sino all'orlo del suo vestito! Quale turbamento nel ve­dere i propri occhi, le mani, i piedi, le labbra, il cuore, come fossero membra del Maligno, e non di Dio?. So­no forse queste le mani dell'immacolato Agnello di Dio, mani una volta innocenti, e ora rosse del sangue di mi­gliaia di crudeli delitti? Sono queste le sue labbra, non più intente a proferire preghiere e lodi e sante benedi­zioni, ma quasi insozzate da imprecazioni, bestemmie e dottrine diaboliche? O i suoi occhi, ora profanati da tut­te quelle visioni inique e dalle seduzioni idolatre, per amore delle quali gli uomini hanno abbandonato il lo­ro adorabile Creatore? E le sue orecchie, ora, risuonano del tumulto di gozzoviglie e di litigi; e il suo cuore è ag­ghiacciato per l'avarizia, la crudeltà, l'incredulità; la sua memoria stessa è oppressa da ogni singolo peccato com­messo, sin dalla caduta dell'uomo, in tutte le regioni del­la terra; dall'orgoglio degli antichi giganti, dalla lussuria delle cinque città, dall'ostinazione dell'Egitto., dall'ambi­zione di Babele, dall'ingratitudine e dal disprezzo di Israele. ..] È la lunga storia di un mondo, e Dio solo può sop­portarne il peso. Speranze deluse, voti infranti, luci spen­te, ammonimenti disprezzati, occasioni perdute; inno­centi traditi, giovani induriti, penitenti che ricadono nel­la colpa, giusti sopraffatti, vecchi che soccombono; i so­fismi della miscredenza, la premeditazione della pas­sione, l'ostinazione dell'orgoglio, la tirannide dell'abitu­dine, il cancro del rimorso, la febbre di affanni che con­suma, lo strazio della vergogna, lo struggersi per la de­lusione, l'angoscia della disperazione; spettacoli crude­li e pietosi, scene strazianti, rivoltanti, esecrande, folli;persino i volti lividi, le labbra convulse, le guance ardenti; le fronti cupe delle vittime volontarie del male so­no davanti a lui, sono sopra di lui, sono dentro di lui. Sono con lui al posto di quella pace ineffabile che sempre ­aveva regnato nella sua anima, fin dall'istante del concepimento. Sono sopra di lui, ma certo non gli appartengono; ed egli grida al Padre suo come fosse il colpevole, non la vittima; la sua agonia assume le forme della colpa e della compunzione. Egli fa penitenza, si confessa colpevole. La sua contrizione è infinitamen­te più reale ed efficace di quella di tutti i santi e di tutti i ­penitenti insieme, poiché egli è l'unica vittima per tutti, l'unica soddisfazione, il vero penitente; tutto,fuorché il vero peccatore
(JOHN HENRY NEWMAN; Gesù, pagg.102-105)

Monday, March 19, 2012

19 marzo : La paternità di san Giuseppe



Continuando a segnalare brani del libro di Marie Dominique Philippe su san Giuseppe, per la festa di oggi propongo queste due pagine sulla sua paternità

Perché questa povertà cresca fino alla perfezione, Dio permette che accadano diverse vicende, e tutte sembrano complicare le cose. In realtà è tutto molto semplice: sono le vie di Dio, nelle quali Giuseppe deve camminare per essere un padre povero. Non lo sarebbe stato se non avesse conosciuto questa prova, poiché ogni patenità implica un amore povero. Senza i suoi spogliamenti, senza il legame di amicizia che lo univa a Maria, non ci sarebbe potuta essere paternità; per questo l'angelo dice a Giuseppe: «Prendi Maria, tua sposa». Giuseppe l'ha scelta due volte: prima e dopo la prova. Perché? Perché Dio voleva che il legame tra loro fosse divino. Più avanti ritorneremo sui due modi in cui si esercita la carità. Nel primo legame che unisce Giuseppe e Maria, il movimento si sviluppa da un amore di amicizia verso la carità divina, e nel secondo, dalla carità divina verso l'amore di amicizia. È raro che Dio costruisca questo tipo si legame fra due persone. Il primo lo capiamo: Giuseppe ha scelto Maria perché l'amava, nel rispetto assoluto della volontà di Dio su entrambi. Il secondo scaturisce dal fatto che Dio comunica la sua scelta al suo servo: «Prendi Maria come sposa» -, dunque viene dall'alto. Non è straordinario? Quando riusciamo a raggiungere i desideri di Dio a partire dall'amore di amicizia, già succede qualcosa di meraviglioso, perché l'amore umano si purifica, si santifica, si divinizza. Ma quando è Dio stesso che indica la sua volontà, la sua scelta, una scelta di amore divino, sarà questo amore divino ad assumere l'amore umano, l'amore di amicizia: in questa dinamica c'è qualcosa di ancora più grande.

Così comprendiamo se un'amicizia è veramente divina: se Dio ha preso ancora più posto nel nostro cuore. Se Dio ci chiede prima di tutto di amare qualcuno divi-namente, nella carità, ed in seguito di amarlo con cuore di uomini, con la nostra sensibilità, ciò significa che l'amore divino ha assunto l'amore umano. A questo punto tutto è più facile (anche per i consacrati, il cui voto di verginità è simbolo dell'offerta radicale che fanno della loro persona), perché è Dio stesso che assume ogni cosa. Il rapporto fra Giuseppe e Maria era costituito da entrambe le dimensioni dell'amore, ecco perché possiamo dire che mai nessuno fra le creature ha conosciuto un'amicizia più grande; e ci voleva questa terribile prova perché all'amore divino venisse data la possibilità di trasformare tutto dal di dentro.

La paternità di Giuseppe sul bambino Gesù si radica in questo amore; perché essa fosse divina era necessario che l'amore stesso fosse tutto divino. Quando Maria gli aveva fatto capire di essere totalmente consa¬crata a Dio, Giuseppe aveva accettato di offrire a Dio la sua paternità. Non è forse, questa, la più grande offerta che un giovane sposo può fare? L'uomo e la donna sono il capolavoro di Dio in vista della loro fecondità, ecco perché questa dimensione della vita di coppia ci sta tanto a cuore. Offrire la paternità a Dio significa dirgli, non a parole ma «in opere e in verità»", che il nostro cuore vuole amarlo con un amore esclusivo. La grandezza del voto di verginità è il suo essere ordinato alla contemplazione, come dice san Tommaso ; ciò significa che non può essere vissuto in pienezza se non alla presenza di questo desiderio di contemplazione. Capiamo bene, allora, che l'offerta della paternità è gradita a Dio solo se è contestualizzata nel nostro desiderio di contemplarlo. Altrimenti, sarà vissuta come qualcosa di negativo (più o meno), in se stesso non positivo, e Dio questo non lo vuole; Dio non ama gli esseri che vivono nella negazione, perché essa è contraria all'amore. Dobbiamo tenere presente che l'offerta della paternità è fatta in vista di qualcosa di più grande, è fatta per essere più immediatamente legati a Dio.

Giuseppe aveva offerto a Dio la sua paternità, per lasciarlo libero di operare ciò che voleva in lui e in Maria. Ed ecco, la prova che dovette superare nei riguardi di Maria - il suo concepimento verginale - lo obbligò ad offrire a Dio ciò che non aveva ancora offerto, la sua paternità; deve offrirla, per essere povero della povertà stessa di Cristo. La povertà caratteristica della vita cristiana è l'offerta del proprio cuore, perché questa è la povertà di Cristo, della vittima, di colui che viene nel mondo per essere immolato sulla Croce. E una povertà senza limiti, che ci permette di accettare di essere an-nientati dal fuoco del cielo che scende su di noi, come accadde nel sacrificio di Eli'. Quando ci offriamo a Dio come vittima di amore, imitando l'esempio della piccola Teresa, è il fuoco della contemplazione, è il fuoco dello Spirito Santo che ci consuma. Giuseppe offre a Dio il suo cuore, accettando di essere solo. E nel momento stesso in cui compie questo gesto d'amore, nella solitudine, gli viene donato di essere divinamente sposo di Maria e padre di Gesù.

Parlare di Giuseppe come di un «padre putativo» è molto frettoloso. Il motivo di questo genere di espressioni ci è chiaro, ma dobbiamo state attenti a non sminuire la sua paternità su Gesù, mentre essa è divinamente perfetta; il bambino Gesù, in ciò che ha di più grande, di più nobile, di più divino, è tutto relativo a Giuseppe. E una paternità sostanziale la sua, dono della grazia, che da una parte esige la rinuncia ad essere sorgente di vita e dall'altra esige la rinuncia al rapporto coniugale con Maria. Dio non può domandare una povertà simile, una doppia povertà, se non in vista di un amore più grande - altrimenti egli non sarebbe più Dio, non sarebbe più Padre. A Giuseppe viene chiesta questa doppia povertà perché egli viva di una paternità divina, riflesso della paternità unica del Padre".
pp 157-159




Friday, March 02, 2012

7 domeniche

E' una devozione antica della Chiesa meditare sulla vita di san Giuseppe nelle 7 settimane che precedono la sua festa. "Giuseppe, il Padre che Gesù non nomina mai" è il titolo di un libro scritto da Marie-Dominique Philippe, un teologo dominicano fondatore della comunità di san Giovanni e grande cantore del santo patriarca. Parlando della solitudine di Maria e di Giuseppe affronta in una lunga nota l'argomento della visione beatifica.

ADORAZIONE E VISIONE BEATIFICA
Nella visione beatifica noi saremo soli davanti a Dio, e i nostri amici saranno felici di ciò, così come lo saremo noi di saperli soli con Dio, poiché quella è la nostra unica beatitudine, è la beatitudine in assoluto. Questo stato di felicità perfetta e senza fine non lo raggiungiamo stando con una creatura che amiamo molto, bensì nell'esser soli con Dio. Lì si fa esperienza dello spirito creato, il quale reclama questa solitudine, desidera essere legato direttamente a Dio.
Già sulla terra, nell'adorazione, siamo assolutamente soli con Dio, poiché nel profondo di noi stessi c'è qualcosa di segreto tra lui e noi: Dio crea la mia anima spirituale in modo unico, e nell'atto d'adorazione riconosco questa dipendenza radicale nei confronti di Dio Creatore che è mio Padre. Lo spirito creato, in quanto tale, è solo con colui che l'ha creato, e riconosce questo dono d'amore, per lui assolutamente gratuito (che lo fa essere) e vitale (da cui l'importanza dell'adorazione). Questa solitudine dello spirito creato con il suo Creatore e Padre si trova fondamentalmente nella beatitudine. Certo, la carità fraterna abita in cielo poiché è, come dice san Tommaso, una «partecipazione alla carità infinita che è lo Spirito Santo» (cfr. Summa Theologica, II-II, q. 24, a. 7; q. 23, a. 3, ad 3), ma non è lei a costituire la beatitudine; ne è piuttosto un'irradiazione, una sovrabbondanza.
È chiaro che sulla terra la nostra solitudine con Dio nell'adorazione ed il desiderio di contemplazione non escludono affatto l'amore del prossimo, poiché Gesù è venuto a rivelarci il comandamento nuovo che è «simile» al primo (cfr. Matteo 22,39): «Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. (... ) Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 15,9-12). Ed amare come Gesù ci ha amato, cioè come il Padre l'ha amato (Giovanni 15, 9), non significa provare ad amare il nostro prossimo alla meno peggio, conformandoci ad un modello. Si può amare il proprio fratello come lo ama Gesù solo cercando di essere uniti a lui, al punto da farlo con lui, di vivere solo di lui, come dice san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2, 20). La carità fraterna, sulla terra, è il primo frutto della nostra unione con le tre persone divine, e senza essa non c'è vera contemplazione. Finché viviamo ancora nella fede, non dobbiamo mai dimenticare che «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4,20). «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi» (4,12). La carità fraterna è un frutto della nostra vita di comunione con Dio (è il dono della sapienza che fa da legame tra i due), ed è anche una disposizione per entrarvi più profondamente.

Da MARIE-DOMINIQUE PHILIPPE, Giuseppe, Il Padre che Gesù non nomina mai. Nota17 di pag86. Ed. PIEMME