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Monday, March 19, 2012

19 marzo : La paternità di san Giuseppe



Continuando a segnalare brani del libro di Marie Dominique Philippe su san Giuseppe, per la festa di oggi propongo queste due pagine sulla sua paternità

Perché questa povertà cresca fino alla perfezione, Dio permette che accadano diverse vicende, e tutte sembrano complicare le cose. In realtà è tutto molto semplice: sono le vie di Dio, nelle quali Giuseppe deve camminare per essere un padre povero. Non lo sarebbe stato se non avesse conosciuto questa prova, poiché ogni patenità implica un amore povero. Senza i suoi spogliamenti, senza il legame di amicizia che lo univa a Maria, non ci sarebbe potuta essere paternità; per questo l'angelo dice a Giuseppe: «Prendi Maria, tua sposa». Giuseppe l'ha scelta due volte: prima e dopo la prova. Perché? Perché Dio voleva che il legame tra loro fosse divino. Più avanti ritorneremo sui due modi in cui si esercita la carità. Nel primo legame che unisce Giuseppe e Maria, il movimento si sviluppa da un amore di amicizia verso la carità divina, e nel secondo, dalla carità divina verso l'amore di amicizia. È raro che Dio costruisca questo tipo si legame fra due persone. Il primo lo capiamo: Giuseppe ha scelto Maria perché l'amava, nel rispetto assoluto della volontà di Dio su entrambi. Il secondo scaturisce dal fatto che Dio comunica la sua scelta al suo servo: «Prendi Maria come sposa» -, dunque viene dall'alto. Non è straordinario? Quando riusciamo a raggiungere i desideri di Dio a partire dall'amore di amicizia, già succede qualcosa di meraviglioso, perché l'amore umano si purifica, si santifica, si divinizza. Ma quando è Dio stesso che indica la sua volontà, la sua scelta, una scelta di amore divino, sarà questo amore divino ad assumere l'amore umano, l'amore di amicizia: in questa dinamica c'è qualcosa di ancora più grande.

Così comprendiamo se un'amicizia è veramente divina: se Dio ha preso ancora più posto nel nostro cuore. Se Dio ci chiede prima di tutto di amare qualcuno divi-namente, nella carità, ed in seguito di amarlo con cuore di uomini, con la nostra sensibilità, ciò significa che l'amore divino ha assunto l'amore umano. A questo punto tutto è più facile (anche per i consacrati, il cui voto di verginità è simbolo dell'offerta radicale che fanno della loro persona), perché è Dio stesso che assume ogni cosa. Il rapporto fra Giuseppe e Maria era costituito da entrambe le dimensioni dell'amore, ecco perché possiamo dire che mai nessuno fra le creature ha conosciuto un'amicizia più grande; e ci voleva questa terribile prova perché all'amore divino venisse data la possibilità di trasformare tutto dal di dentro.

La paternità di Giuseppe sul bambino Gesù si radica in questo amore; perché essa fosse divina era necessario che l'amore stesso fosse tutto divino. Quando Maria gli aveva fatto capire di essere totalmente consa¬crata a Dio, Giuseppe aveva accettato di offrire a Dio la sua paternità. Non è forse, questa, la più grande offerta che un giovane sposo può fare? L'uomo e la donna sono il capolavoro di Dio in vista della loro fecondità, ecco perché questa dimensione della vita di coppia ci sta tanto a cuore. Offrire la paternità a Dio significa dirgli, non a parole ma «in opere e in verità»", che il nostro cuore vuole amarlo con un amore esclusivo. La grandezza del voto di verginità è il suo essere ordinato alla contemplazione, come dice san Tommaso ; ciò significa che non può essere vissuto in pienezza se non alla presenza di questo desiderio di contemplazione. Capiamo bene, allora, che l'offerta della paternità è gradita a Dio solo se è contestualizzata nel nostro desiderio di contemplarlo. Altrimenti, sarà vissuta come qualcosa di negativo (più o meno), in se stesso non positivo, e Dio questo non lo vuole; Dio non ama gli esseri che vivono nella negazione, perché essa è contraria all'amore. Dobbiamo tenere presente che l'offerta della paternità è fatta in vista di qualcosa di più grande, è fatta per essere più immediatamente legati a Dio.

Giuseppe aveva offerto a Dio la sua paternità, per lasciarlo libero di operare ciò che voleva in lui e in Maria. Ed ecco, la prova che dovette superare nei riguardi di Maria - il suo concepimento verginale - lo obbligò ad offrire a Dio ciò che non aveva ancora offerto, la sua paternità; deve offrirla, per essere povero della povertà stessa di Cristo. La povertà caratteristica della vita cristiana è l'offerta del proprio cuore, perché questa è la povertà di Cristo, della vittima, di colui che viene nel mondo per essere immolato sulla Croce. E una povertà senza limiti, che ci permette di accettare di essere an-nientati dal fuoco del cielo che scende su di noi, come accadde nel sacrificio di Eli'. Quando ci offriamo a Dio come vittima di amore, imitando l'esempio della piccola Teresa, è il fuoco della contemplazione, è il fuoco dello Spirito Santo che ci consuma. Giuseppe offre a Dio il suo cuore, accettando di essere solo. E nel momento stesso in cui compie questo gesto d'amore, nella solitudine, gli viene donato di essere divinamente sposo di Maria e padre di Gesù.

Parlare di Giuseppe come di un «padre putativo» è molto frettoloso. Il motivo di questo genere di espressioni ci è chiaro, ma dobbiamo state attenti a non sminuire la sua paternità su Gesù, mentre essa è divinamente perfetta; il bambino Gesù, in ciò che ha di più grande, di più nobile, di più divino, è tutto relativo a Giuseppe. E una paternità sostanziale la sua, dono della grazia, che da una parte esige la rinuncia ad essere sorgente di vita e dall'altra esige la rinuncia al rapporto coniugale con Maria. Dio non può domandare una povertà simile, una doppia povertà, se non in vista di un amore più grande - altrimenti egli non sarebbe più Dio, non sarebbe più Padre. A Giuseppe viene chiesta questa doppia povertà perché egli viva di una paternità divina, riflesso della paternità unica del Padre".
pp 157-159




Friday, March 02, 2012

7 domeniche

E' una devozione antica della Chiesa meditare sulla vita di san Giuseppe nelle 7 settimane che precedono la sua festa. "Giuseppe, il Padre che Gesù non nomina mai" è il titolo di un libro scritto da Marie-Dominique Philippe, un teologo dominicano fondatore della comunità di san Giovanni e grande cantore del santo patriarca. Parlando della solitudine di Maria e di Giuseppe affronta in una lunga nota l'argomento della visione beatifica.

ADORAZIONE E VISIONE BEATIFICA
Nella visione beatifica noi saremo soli davanti a Dio, e i nostri amici saranno felici di ciò, così come lo saremo noi di saperli soli con Dio, poiché quella è la nostra unica beatitudine, è la beatitudine in assoluto. Questo stato di felicità perfetta e senza fine non lo raggiungiamo stando con una creatura che amiamo molto, bensì nell'esser soli con Dio. Lì si fa esperienza dello spirito creato, il quale reclama questa solitudine, desidera essere legato direttamente a Dio.
Già sulla terra, nell'adorazione, siamo assolutamente soli con Dio, poiché nel profondo di noi stessi c'è qualcosa di segreto tra lui e noi: Dio crea la mia anima spirituale in modo unico, e nell'atto d'adorazione riconosco questa dipendenza radicale nei confronti di Dio Creatore che è mio Padre. Lo spirito creato, in quanto tale, è solo con colui che l'ha creato, e riconosce questo dono d'amore, per lui assolutamente gratuito (che lo fa essere) e vitale (da cui l'importanza dell'adorazione). Questa solitudine dello spirito creato con il suo Creatore e Padre si trova fondamentalmente nella beatitudine. Certo, la carità fraterna abita in cielo poiché è, come dice san Tommaso, una «partecipazione alla carità infinita che è lo Spirito Santo» (cfr. Summa Theologica, II-II, q. 24, a. 7; q. 23, a. 3, ad 3), ma non è lei a costituire la beatitudine; ne è piuttosto un'irradiazione, una sovrabbondanza.
È chiaro che sulla terra la nostra solitudine con Dio nell'adorazione ed il desiderio di contemplazione non escludono affatto l'amore del prossimo, poiché Gesù è venuto a rivelarci il comandamento nuovo che è «simile» al primo (cfr. Matteo 22,39): «Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. (... ) Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 15,9-12). Ed amare come Gesù ci ha amato, cioè come il Padre l'ha amato (Giovanni 15, 9), non significa provare ad amare il nostro prossimo alla meno peggio, conformandoci ad un modello. Si può amare il proprio fratello come lo ama Gesù solo cercando di essere uniti a lui, al punto da farlo con lui, di vivere solo di lui, come dice san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2, 20). La carità fraterna, sulla terra, è il primo frutto della nostra unione con le tre persone divine, e senza essa non c'è vera contemplazione. Finché viviamo ancora nella fede, non dobbiamo mai dimenticare che «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4,20). «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi» (4,12). La carità fraterna è un frutto della nostra vita di comunione con Dio (è il dono della sapienza che fa da legame tra i due), ed è anche una disposizione per entrarvi più profondamente.

Da MARIE-DOMINIQUE PHILIPPE, Giuseppe, Il Padre che Gesù non nomina mai. Nota17 di pag86. Ed. PIEMME

Friday, January 13, 2012

L'Altro che mi cammina a fianco


L' Oltro cu xe, che nome l'ha,
l'Oltro che me camina a fianco,
e no' l'ha viso e no' l'ha età
d'ésseme vissin no' l xe mai stanco?

A volte svola una parola
de la so boca, órdola inprovisa
che se leva co' 'l bàte d'ala
da la canpagna grisa.

La sento apena e za la xe lontana
- 'na caressa d'un réfolo de bava –
e l'ànema se inbiava
de la vogia più vana

de fermàla la parola che svola
de véghe quela boca che favela;
l'aria ch'hè intorno s'indora,
lanpisa nel sielo una stela.

E l’Oltro se fa luse d’ogni banda
E no’ ‘l me dise cu che’ l sia;
ma quela luse intorno a me xe granda
e la zogia la me fa conpania.

trad. italiana

L'Altro chi è, che nome ha,
l’Altro che mi cammina a fianco.
e non ha viso e non ha età
e d'essermi vicino non è mai stanco?

A volte vola una parola
dalla sua bocca, allodola improvvisa
che si leva con il battere d'ala
 dalla campagna, grigia.

La sento appena e già mi è lontana
 - una carezza di un alito di brezza -
 e l'anima si inazzurra
della voglia piú vana

di fermarla la parola che vola,
di vedere quella bocca che favela;
l'aria che ho intorno s'indora,
lampeggia nel cielo una stella.

E l’altro si fa luce da ogni parte
E non mi dice chi egli sia;
 ma quella luce intorno a me è grande
 e la gioia mi fa compagnia

Biagio Marin , Poesie . tratta da “Tra sera e note” (1968)






Thursday, January 12, 2012

Il Francesco della Storia

Lo studio di Raul Manselli sulla figura di san Francesco d’Assisi è una delle opere più complete che siano mai state scritte. In queste righe l'autore fa presenta il metodo che ha seguito .

Quale senso e quale significato ha, dopo quanto abbiamo detto sulle fonti e sugli studi relativi a san Francesco, il lavoro che qui presentiamo? Ci sia consentito di riprendere ed ampliare quanto già abbiamo precedentemente accennato. Il problema che è alla base di questo studio è il significato storico di san Francesco, la sua incidenza nella realtà del proprio tempo e, contemporaneamente, la ragione per la quale il suo esempio, quale risulta dalla sua umana personalità, ancora oggi può avere un senso, un significato, anzi, in una parola, una incidenza storica. Se per la Chiesa è un santo, che cosa egli rappresenta per tutti gli uomini dell'epoca nostra? È un relitto del passato, destinato ad essere travolto dal flusso incessante delle vicende e delle mutazioni degli uomini o è destinato ad avere, comunque, un suo valore, solo che lo si sappia guardare negli occhi, a coglierne il suo insegnamento perenne?

Per rispondere a queste domande non bastano le monografie, senza dubbio importanti e valide, ma rivolte, come si suol dire, agli addetti ai lavori, agli specialisti di professione: sono cioè mezzi per realizzare lo scopo che ci proponiamo, ma non sono lo scopo. Questo lavoro non è, perciò, una monografia. Non servono, però, neanche le biografie: nella loro struttura essenziale e, sotto molti riguardi, naturale, finiscono per cadere fatalmente nell'aneddotico, ora edificante, ora emozionante, ora sentimentale. A risolvere i nostri problemi ancora una volta l'episodio può servire, se riesce a chiarire fatti, indicazioni ed aspetti di una personalità che vadano al di là del particolare e siano spie di realtà più varie, molteplici e complesse; non raccolta di dati completi, dunque, anche se veri, anche se criticamente discussi, vagliati ed approvati. Neppure, però, vogliamo restringere il nostro lavoro ad una sintesi di quanto ri-sulta dalle sole opere di Francesco d'Assisi: ci sembra che questo metodo, per apprezzabile che sia, finisca per rendere il santo prigioniero, per così dire, di se stesso e delle sue opere, chiuso come il baco nel bozzolo che si è costruito e dal quale non può più uscire per il suo libero volo, mentre è necessario porre in piena luce come quell'ideale, consegnato negli scritti, abbia operato nella società del suo tempo e poi in quelle successive. Se in questa società ha operato, non vi si è, però, dissolto, sì che di lui abbiano influito le singole azioni, nella catena delle ripercussioni, di riecheggiamenti, di echi che egli ha suscitato, sì che la sua viva personalità abbia finito col perdersi nella storia che ha contribuito a creare. Ciò equivarrebbe a togliere alla sua umana personalità la sua consistenza effettuale. Ci troviamo - certo - di fronte al problema metodologico centrale della personalità della storia e con un'intensità tale da mostrare le difficoltà in tutta la sua precisa, ineliminabile, sostanza. Riconosceremo, certo, che l'epo¬ca di san Francesco esigeva un uomo che ne vivesse tutta l'intensità drammatica, che ne afferrasse le sofferenze, le attese, le gioie, per renderle consapevoli, esplicite, chiare a tutti. La questione, però, che ritorna insistente è proprio perché quest'uomo - e non tanti altri prima, intorno e dopo di lui - abbia risposto nella maniera più piena e completa a quello che la società gli chiedeva, perché la sua umana consistenza abbia soddisfatto le esigenze che urgevano nella coscienza delle folle. Bisogna chiarire, dunque, chi fosse quest'uomo, il figlio del ricco mercante Pietro Bernardone, per riuscire, nel giro di pochi anni d'azione pubblica - poco più di una quindicina -, a rompere la chiusa cerchia della società assisiate ed irrompere nella Chiesa cattolica e nella società europea con forza trascinatrice. La possibilità di rispondere a tutte queste domande e alle altre minori che ad esse si accompagnano - vi ritorneremo, richiamandole via via - ci sembra possa trovarsi nella discussione, sulla base di tutti gli elementi di cui disponiamo, ma con chiara coscienza critica della diversità di valore, che vi sono impliciti, dei momenti cruciali, delle svolte che la biografia di Francesco conobbe e che la discussione storica ha ormai messo in rilievo. Due sole premesse vanno poste, senza alcun dubbio, come necessarie a creare quello sfondo di società, quella cornice di idee, di uomini, di istituzioni, di masse, entro cui il santo operò e si mosse: l'Europa e la Chiesa del suo tempo, la sua Assisi. Di questo dovremo ora, sia pure rapidamente, interessarci.

(da RAUL MANSELLI, San Francesco d’Assisi. Editio maior. Pp. 69-71.)










Friday, December 23, 2011

Natale 2020: così pregò il bue

Tra i mille racconti natalizi, uno dei più belli l’ha scritto un poeta,
Jules Supervielle, nel 1931, inserendolo nella raccolta “La bambina dell’oceano”, che un altro sensibilissimo poeta, Giancarlo Pontiggia, ha tradotto nel 1989 insieme a sua moglie Maria CristinaGrandi (Ed. Marcos y Marcos).
Supervielle dà voce all’asino e al bue del presepe, immedesimati nel loro compito di riscaldare e vegliare sul Bambino, affettuosamente accolti dalla Vergine e da Giuseppe

.. entrambi proteggono il Bambino, osservano stupiti l’arrivo dei Magi,
e organizzano la sfilata di tutti gli animali che, compunti e adoranti, vengono a rendere omaggio al Bambino. Tutti, anche il leone che quasi chiede scusa per la propria forza e prestanza; anche la tigre che si appiatta come uno scendiletto e poi, “nel giro di qualche secondo, si ricostituì tutta intera con una precisione e un’elasticità incredibili”; anche gli scorpioni, le vipere, i serpenti, senza timore alcuno: “La Vergine non ebbe esitazioni. “Potete farli entrare tutti, il mio bambino è al sicuro nella sua greppia come nel più alto dei cieli”. “E uno alla volta!”, aggiunse Giuseppe con un tono quasi militaresco. “Non voglio che passino dalla porta due animali alla volta, altrimenti non ci si raccapezza più””.Il bue è così rapito e delicato che si scorda di mangiare, e dimagrisce di giorno in giorno. Quando è il momento, l’asino del presepe diventerà l’asino della fuga in Egitto, e il bue non potrà seguire la sacra Famigliola che si congeda affettuosamente dall’animale, accolto poi nella costellazione del Toro.

la preghiera del bue:

“Non bisogna giudicarmi, Bambino celeste, dal mio aspetto tardo e ottuso. Forse un giorno potrò non rassomigliare più a un piccolo masso che si muove? Queste corna, bisogna proprio che tu lo sappia, vedi, sono più che altro un ornamento, ti confesso anzi che non me ne sono mai servito.
Gesù, metti un po’ della tua luce in tutta la confusione e le miserie che sono in me. Insegnami un po’ della tua delicatezza, tu che hai i piedini e le manine così finemente attaccati al corpo. Mi dirai, mio piccolo Signore, perché un giorno mi è bastato girare la testa per vederti tutto intero? Come ti ringrazio di poter stare inginocchiato davanti a te, meraviglioso Bambino, e di vivere così, insieme agli angeli e alle stelle! A volte mi chiedo se per caso tu non sia stato male informato e se sono proprio io quello che doveva essere qua; forse hai notato che ho una grande cicatrice sul dorso e che mi manca del pelo sul fianco, cosa che non sta affatto bene. Senza neanche uscire dalla mia famiglia, avrebbero potuto essere scelti mio fratello o i miei cugini, che sono molto meglio di me. E il leone o l’aquila non sarebbero stati più indicati?”.

“Smettila”, disse l’asino “che cos’hai da sospirare così, non vedi che non lo lasci dormire con tutte le tue ruminazioni?” .”Ha ragione”, si disse il bue “bisogna saper tacere quando è il momento, anche quando sentiamo una felicità così grande che non sappiamo dove metterla”.


Per riuscire, fallire

                                                                                                                           


















Ho sbagliato più di
9000 tiri nella mia carriera.
Ho perso quasi 300 partite.
26 volte, mi hanno dato la fiducia per fare il tiro vincente dell’ultimo secondo e ho sbagliato.
Ho fallito più e più e più volte nella mia vita.
 È per questo che ho avuto successo.



                                                                   Michael Jordan

 




Tuesday, November 29, 2011

Avvento§vita interiore

L'Avvento è un periodo privilegiato per approfondire la propria vocazione cristiana, per cominciare e ricominciare ad amare Gesù. Le parole di san Josemaria ci fanno capire la normalità della vita interiore: il respiro dell'anima!

Vita interiore, in primo luogo. Quanti ancora non lo capiscono! Quando sentono parlare di vita interiore pensano alle navate buie o all'aria viziata di alcune sacrestie. Da più di un quarto di secolo cerco di insegnare che non è nulla di tutto ciò. Io mi riferisco alla vita interiore dei comuni cristiani, quelli che abitualmente si incontrano in piena strada, all'aria aperta: quelli che per la strada, nel lavoro, in famiglia e nei momenti di svago non perdono di vista Gesù per tutta la giornata. Non è forse questa una vita di continua orazione? E non hai forse compreso anche tu la necessità di essere anima di orazione, di avere con Dio un rapporto che ti deifichi? Questa è la fede cristiana, e così l'hanno sempre intesa le anime d'orazione: Diventa Dio — scrive Clemente Alessandrino —l'uomo che vuole tutto ciò che Dio vuole.

L'inizio non è facile; costa sforzo rivolgersi al Signore e ringraziarlo della sua pietà paterna e concreta verso di noi. Poi, a poco a poco — benché non sia cosa del sentimento — l'amore di Dio si fa tangibile come una traccia profonda nell'anima. È Cristo che ci segue amorosamente: Ecco, sto alla porta e busso. Come va la tua vita di orazione? Non senti a volte, durante il giorno, il desiderio di conversare con Lui, senza fretta? Ti càpita di dirgli ogni tanto: poi ti racconterò tutto, ne parleremo insieme?
Nei momenti espressamente dedicati a tale colloquio col Signore, il cuore si apre, la volontà si irrobustisce, l'intelligenza — aiutata dalla grazia — imbeve di realtà soprannaturali le vicende umane. Come frutto, matureranno sempre propositi chiari e concreti di migliorare la tua condotta, di affinare la carità nel rapporto con tutti, di impegnarti a fondo — con lo zelo di un vero sportivo — nella lotta cristiana di amore e di pace.
L'orazione diventa allora incessante, come il battito del cuore e il pulsare delle arterie. Senza questa presenza di Dio non c'è vita contemplativa; e senza vita contemplativa a ben poco serve lavorare per Cristo, perché se Dio non edifica la casa, invano si affaticano i suoi costruttori.
 JOSEMARIA ESCRIVA, È Gesù che passa , La vocazione cristiana , Punto 8