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Tuesday, November 16, 2010

Cristo Re

R.C.V.(2)

"Si conclude l'anno liturgico e nel Santo Sacrificio dell'altare rinnoviamo l'offerta, al Padre, della Vittima, Cristo, Re di santità e di grazia, Re di giustizia, d'amore e di pace, come leggeremo fra poco nel prefazio. Voi tutti, nel considerare la santa Umanità di nostro Signore, sentite nelle vostre anime una gioia immensa: un Re dal cuore di carne, come il nostro, che pur essendo l'autore dell'universo e di ogni singola creatura, non impone il suo dominio con prepotenza, ma viene come un poverello a chiedere un po' d'amore, mostrandoci, in silenzio, le sue mani piagate.

Perché allora tanti lo ignorano? Perché si sente ancora la protesta crudele: Nolumus hunc regnare super nos, non vogliamo che regni su di noi? Vi sono milioni di uomini che si oppongono a Gesù Cristo, o piuttosto alla sua ombra, perché non lo conoscono, non hanno visto la bellezza del suo volto, ignorano le meraviglie della sua dottrina. Dinanzi a questo triste spettacolo mi sento spinto alla riparazione; dinanzi al clamore incessante, fatto di opere ignobili più che di parole, sento il bisogno di gridare: Oportet illum regnare, egli deve regnare...

Se lasciamo che Cristo regni nella nostra anima, non saremo mai dei dominatori, ma servitori di tutti gli uomini. Servizio: come mi piace questa parola! Servire il mio Re e, per Lui, tutti coloro che sono stati redenti dal suo sangue. Se noi cristiani sapessimo servire! Andiamo dal Signore e confidiamogli la nostra decisione di voler imparare a servire, perché soltanto così potremo non solo conoscere e amare Cristo, ma farlo conoscere e farlo amare dagli altri...

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Per servire gli altri nel nome di Cristo, è necessario essere molto umani. Se la nostra vita fosse disumana, Dio non vi edificherebbe nulla, perché di solito non costruisce sul disordine, sull'egoismo, sulla prepotenza. È necessario comprendere tutti, convivere con tutti, scusare tutti, perdonare tutti. Non si tratta di dire che è giusto ciò che non lo è, o che l'offesa a Dio non è offesa a Dio, o che il male è bene. Però, non risponderemo al male con il male, ma con dottrina chiara e buone opere, affogando il male nell'abbondanza di bene. Cristo allora regnerà nella nostra anima e in quelle di coloro che ci sono vicini.
(da Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, omelia " Cristo Re". ed. ARES)
Lasciare che Cristo regni in noi è l'itinerario della vita cristiana . Come scriveva Romano Guardini:
"In ogni cristiano Cristo per così dire vive la sua vita: dapprima è bambino, e poi cresce finché perviene all'età piena del cristiano maggiorenne. Egli perciò cresce in quanto cresce la fede, si rafforza l'amore, il cristiano diviene sempre più chiaramente consapevole del suo essere cristiano e con profondità e responsabilità sempre maggiori vive la sua esistenza cristiana.
Pensiero inaudito! Sopportabile solo nella fede che Cristo è realmente il compendio, la sintesi; e nell'amore vuole farsi una cosa sola con lui. O il pensiero d'essere congiunto con una persona - non solo legato nella vita e nell'azione, ma cresciuto a formare una cosa sola nell'essere e nell' "io" - si potrebbe sopportare, se quella persona non fosse amata come quella in cui io trovo il mio io vero e proprio, quello di figlio di Dio, e il mio autentico "tu", vale a dire il Padre? Perciò, nella Scrittura in verità si dice: «Nessuno viene al Padre, se non attraverso di me» (Gv 14, 6). Il mio "io" è racchiuso in Cristo, e io debbo impara¬re ad amarlo come colui nel quale ho la mia genuina sussistenza
Ma è anche realmente così? Tu, Paolo, puoi affermare una cosa del genere, se è pur vero che le persone sono quali effettivamente sono? Sono allora cambiate, in quanto divenute cristiane? Non hanno più alcun peccato? Non hai tu notizia di tutto ciò che di basso e malvagio e meschino è in loro?... V'è un passo nella Lettera ai Romani, dove Paolo parla dello stato dell'uomo irredento, ma in cui si insinua anche l'esperienza sempre rinnovata di quanto ancora nel credente contrasta la redenzione.
Là egli dice: «Io so che in me, vale a dire nella mia carne, non abita il bene; infatti in me si trova il desiderare, ma non il compiere il bene. Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ma se io faccio quanto non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Così io trovo in me la legge che, quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti secondo il mio uomo interiore mi rallegro in rapporto alla legge, ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che contrasta con la legge della mia ragione e mi rende schiavo alla legge del peccato, che è nelle mie membra. Io {sono} uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo di morte? [Siano rese} grazie a Dio mediante Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, con la mia ragione servo la legge di Dio, con la carne invece servo la legge del peccato» (Rm 7, 18-25; si vedano anche in proposito passi come 1 Cor 3, 3 e, tra l'altro, Rm 8, 12-13)...

E ciononostante dev'essere vero quanto tu dici?... Tanto sicuramente vero come il fatto che Cristo è risorto. Infatti la redenzione e la rinascita non significano che l'uomo sia cambiato per incantesimo, ma che in lui è posto un nuovo inizio. Qui v'è il male di cui tu parli, ma anche il nuovo inizio. Il cristiano non è un essere semplice ma, si potrebbe quasi dire, una lotta. È un campo di battaglia e quindi è costituito da due che si trovano in lotta: l'uomo vecchio, che si radica nel suo "io" ribelle, e quello nuovo, che è formato a imitazione di Cristo.
«Se voi avete pur udito e siete stati istruiti in lui, così com'è la verità in Gesù: deponete l'uomo vecchio, com'era secondo la condotta precedente, il quale si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell'uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella santità» (Ef 4, 21-24).
L'intera esistenza cristiana è la lotta di questi due «uomini» in noi. Il cristiano non è un essere di natura, ma un mistero, un abbozzo di ciò che verrà. A ciò che noi siamo in senso vero e autentico, noi dobbiamo credere, nonostante tutte le obiezioni provenienti da quanto noi siamo visibilmente. Nel "nonostante" che si oppone a quel che in noi sperimentiamo, noi crediamo di essere rinati, di portare in noi Cristo, e in tal modo una gloria in sviluppo, che un giorno deve rivelarsi, come dice la Lettera ai Romani nell'ottavo capitolo.
(R. Guardini, IL Signore, pagg. 602-603)

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